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INTERVISTE

Marchetti: “Spero che Motta ci faccia vincere la Coppa Italia”

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marchetti intervista lazio 28 aprile

Intervenuto sulle frequenze di Radiosei, l’ex portiere della Lazio Federico Marchetti ha raccontato alcuni aneddoti sulla sua carriera e fatto il punto sulla stagione dei biancocelesti, le sue parole nell’intervista.

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L’intervista dell’ex portiere della Lazio Marchetti, alcuni aneddoti

“La stagione 2012-2013? Un’ annata un po’ diversa rispetto a quella attuale. Eravamo partiti benissimo e a fine dicembre eravamo addirittura secondi in classifica, dietro la Juventus. Poi abbiamo avuto una flessione, anche a causa dei tanti infortuni. Eravamo comunque arrivati a disputare un quarto di finale di Europa League contro il Fenerbahçe. Poi siamo usciti e, avendo perso terreno in campionato, abbiamo puntato tutto sulla Coppa Italia, riuscendo a raggiungere la finale contro la Roma”.

Sulla sua Lazio

“Di giocatori forti nella mia Lazio ce n’erano diversi. Poi, comunque, eravamo un grande gruppo e questo ha fatto la differenza. Andavamo tutti d’accordo, eravamo uniti e questo ci ha dato una grande mano per affrontare la finale contro la Roma nel migliore dei modi. Era un derby unico: non era mai accaduto nella storia che un derby valesse un trofeo”.

Sul suo addio

“Alla fine di quella stagione l’Arsenal aveva sondato il terreno e credo anche che una sorta di offerta fosse arrivata, ma poi non se ne fece nulla. In Italia, invece, anche a causa delle cifre elevate richieste dal presidente Lotito, non si aprì mai una possibilità concreta”.

Sull’idolo da giocatore

 “Il mio idolo, quando giocavo, era Buffon, fonte d’ispirazione per tanti ragazzi della mia generazione. Da piccolo, invece, ammiravo Giuseppe Taglialatela, portiere del Napoli di quegli anni. Mi piaceva molto il suo stile: era molto forte, un pararigori, oltre a essere un autentico leader, con grande personalità”.

Sulla semifinale di Coppa Italia contro la Juve

“C’è stata questa ripartenza e, su una nostra uscita sbagliata, la Juve ha trovato l’imbucata, con Giovinco che si è ritrovato di fronte alla porta. Sono stato bravo a restare fermo e a non anticipare l’uscita. Ho avuto un riflesso importante e fortunatamente sono riuscito a respingere. Poi, sulla respinta, è arrivato Marchisio, che non è stato pronto a fare il tap-in e, nella frenesia, ha calciato fuori. È un episodio che ancora mi emoziona e mi mette i brividi. La parata su Totti in finale, con il pallone che poi è andato sulla traversa, ha salvato il risultato, ma non è stato un intervento particolarmente bello: non ci sono paragoni con quello fatto su Giovinco in semifinale. La Juventus, a quei tempi, era una schiacciasassi: nella semifinale d’andata avevamo sofferto tantissimo e, a mio parere, sono stato ancor più decisivo lì che in quella di ritorno, anche se tutti ricordano quest’ultima per quella parata nel finale”.

Sul rapporto coi guantoni

“A me piaceva avere le scarpe strette. Quando si rientrava dall’intervallo, le tenevo morbide perché volevo stringerle una volta rientrato in campo. Tuttavia, spesso gli arbitri non si accorgevano che non avessi ancora i guanti e davano il via al secondo tempo. A volte mi è capitato di dover intervenire con un solo guanto indossato!”.

Sul gioco coi piedi

“Per la verità, io nasco attaccante. Mio fratello, però, essendo più grande di me, mi faceva giocare in porta. Un giorno pioveva e mancavano i portieri: l’allenatore della squadra in cui giocavo allora, sapendo che giocassi tra i pali con mio fratello, mi schierò in porta e da lì non sono più uscito. Tuttavia, ero abile con i piedi, tant’è che, poco prima che il Torino mi rilevasse dalla squadra del mio paese, tiravo anche le punizioni! Ad ogni modo, quando giocavo io il portiere non era coinvolto in fase di costruzione, quindi piano piano ho trascurato le mie abilità con i piedi”.

Sulla finale contro l’Inter

“È una partita secca e questo è a vantaggio della Lazio. I biancocelesti sono sicuramente inferiore all’Inter, ma poi la partita va giocata. Bisogna arrivare con tutti gli effettivi al meglio, senza infortuni, e sfruttare anche il fatto di giocare in casa, a Roma”.

Su Edoardo Motta

“Con il Sassuolo non mi aveva entusiasmato: aveva fatto un paio di interventi, ma nella gestione complessiva non mi aveva dato grande fiducia. Poi, rivedendolo contro il Milan, ho visto un altro giocatore. Questa cosa mi ha impressionato, perché mi ha fatto pensare che sia uno che ha bisogno del grande palcoscenico per dare il meglio di sé. Da lì ha dato continuità di prestazioni, fino ad arrivare alla semifinale di ritorno di Coppa Italia contro l’Atalanta. Con la Dea l’ho visto meno sereno del solito con i piedi, ma poi è arrivata la parata incredibile nel recupero su Scamacca e, infine, i rigori, in cui è stato davvero miracoloso, facendo qualcosa di epico. Conosco la piazza: le cose cambiano davvero in fretta. Lui deve restare sereno, lavorare, ma anche godersi appieno il momento e fare quello che sa fare. È bravo, ha 21 anni e ha dimostrato di saper reggere la pressione. Spero che ci faccia vincere la Coppa Italia”.

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