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Cragnotti: “Il mio rammarico è stato aver interrotto il progetto. Lazio ancora grande? Dipende da Lotito”

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Tempo di lettura: 7 minutiCragnotti: “Il mio rammarico è stato aver interrotto il progetto. Lazio ancora grande? Dipende da Lotito”

L’ex presidente biancoceleste si racconta a 360°…

(getty images)

‘Un presidente, c’è solo un presidente’, un grido che si leva spesso dalla Curva biancoceleste. La sofferenza per un improvviso abbandono, la paura per una possibile caduta non hanno fatto dimenticare ai tifosi della Lazio la figura di Sergio Cragnotti. L’ex patron della società capitolina resta amatissimo dal suo popolo, che non può non avere impresso nel cuore e nella testa quel fantastico periodo fatto di vittorie e grandi giocatori. In un’ intervista concessa a millenovecento – sslaziofans.it, Cragnotti si racconta, tra passato e futuro. Ecco uno stralcio dell’intervista:

“E’ il mio grande rammarico, perché avevo tracciato un percorso che purtroppo non è andato fino in fondo a compimento a causa della grave crisi economica che ha colpito il gruppo a cui faceva riferimento la Lazio, il gruppo-Cirio. Ed è stata la Lazio a pagare le maggiori conseguenze di quella crisi. All’improvviso la Lazio si è trovata senza un gruppo alle spalle, senza punti di riferimento, ma la situazione debitoria non era preoccupante, proprio perché avevamo un grande patrimonio giocatori, proprio perché volendo potevamo fare cassa vendendo, come facemmo nell’estate del 2002 cedendo Nesta e Crespo e incamerando oltre 70 milioni di euro. E nonostante quelle cessioni, l’anno successivo la squadra lottò per lo scudetto e conquistò la qualificazione alla Champions League. Io al 31.12.2002 ho lasciato un bilancio in linea con il progetto. Avevamo un patrimonio immobiliare importante, un parco giocatori tra i primi in Italia e in Europa, ed io stavo convincendo grandi imprenditori internazionali a investire nella Lazio. Avevo progettato di dividere la società, di separare la squadra dal settore marketing o da quello della comunicazione o della gestione di Formello, creando altre società. E di questo avevo parlato con Gheddafi, con Murdoch, con Bertarelli. C’era un piano ben preciso che fu interrotto bruscamente per volontà della Banca di Roma. E a distanza di anni, tutti parlano della gestione-Cragnotti, ma nessuno parla di quello che successe dopo la mia uscita di scena sotto la gestione-Capitalia voluta da chi guidava (il riferimento è chiaramente a Geronzi, anche se lui quel nome non lo pronuncia mai, ndr) la banca di riferimento della Lazio. Nessuno parla di quei 16 mesi che sono stati fondamentali per determinare la situazione economica che poi ha ereditato Lotito. E anche Lotito parla sempre di gestione-Cragnotti, ma non accenna mai a quello che è successo dopo la mia uscita di scena. Nessuno parla mai di quell’aumento di capitale dell’estate del 2002 al quale partecipai anche io accettando di non sottoscrivere e quindi di diluire così la mia partecipazione: un aumento di capitale che porto circa 120 milioni di euro nelle casse della Lazio, soldi che non sono andati né a sanare i 40 milioni di euro di debito fiscale né gli altri debiti. Con quei soldi, noi avremmo potuto continuare a gestire la Lazio come avevamo fatto nei 10 anni precedenti, senza contare che io in quello momento stavo portando avanti il progetto dello stadio di proprietà. Il mio primo progetto di stadio polifunzionale è del 1998, siamo nel 2011 e ancora si parla di stadi a Roma. E il primo alla fine lo ha costruito la Juventus. Anche in questo, eravamo 10 anni avanti agli altri. Ma il 1° gennaio del 2003 la Banca di Roma ha voluto prendere il controllo della Lazio. Quindi è lì che devono essere ricercate le responsabilità per il fallimento di quel progetto e del perché nel giro di poco tempo i debiti della Lazio sono cresciuti a dismisura. Il perché è presto detto: uscito di scena Cragnotti, quel progetto è stato affidato a uomini improvvisati, a uomini che non avevano nessuna mentalità industriale e che quindi non hanno portato nessun valore aggiunto alla conduzione della società, aumentando invece a dismisura certi stipendi e quindi i costi di gestione. Questa è la verità, scritta nero su bianco nei bilanci”.
Provo a chiedergli se forse lo scudetto ha segnato la fine di quel progetto-Lazio, portando più costi che ricavi. Ha un sussulto, quasi un gesto di stizza e dice secco: “NO”. Poi spiega il perché.
Lo scudetto doveva rappresentare l’inizio di quel progetto, il punto di partenza per raggiungere traguardi ancora più importanti. Ma venne meno la presenza di Eriksson, che era un elemento fondamentale per il completamento di quel progetto”.
Già, Sven Goran Eriksson, il tecnico taciturno e pacato che subito dopo la conquista dello scudetto si presentò da Cragnotti e gli disse che quella squadra era da rifondare. Cragnotti non gli diede retta, proprio lui che era sempre stato accusato di costruire e smontare con troppa disinvoltura il giocattolo che costruiva, senza dare continuità al progetto tecnico. E se oggi ha un rimpianto, è proprio quello di non aver dato retta al suo allenatore. Venne da me, deciso, e mi disse queste testuali parole: ‘Presidente, vendiamo tutti e ripartiamo per un nuovo progetto tecnico, chiaramente mantenendo in organico alcuni elementi cardine della squadra’. Aveva ragione, ma se lo avessi fatto sarebbe scoppiata la rivoluzione, perché il calcio è un pensiero al quale vogliono partecipare tutti, tifosi in testa, più o meno importanti. Tutti vogliono dire la loro e condizionare in qualche modo le scelte. L’unica cosa che mette d’accordo tutti è il risultato, perché se il risultato è positivo ti perdonano tutto o quasi, ma se è negativo sei un incompetente e te ne devi andare”.

“Lotito nella sua gestione in complesso non ha fatto male. Ha fatto alcune cose molto bene, altre meno, ma nel complesso la gestione non è disastrosa, anche se abbiamo una visione completamente diversa sul modo di gestire una società. L’unica cosa veramente disastrosa della sua gestione è stata l’assoluta incapacità di comunicare o il suo disinteresse nel comunicare agli altri il suo pensiero, le sue idee. Non si è reso conto che una società calcistica è una società che deve per prima cosa fare comunicazione. Non è solo una società di attività sportiva ed economica, ma è un mezzo per entrare nelle famiglie, per far presa sui giovani e su chi ama il calcio, conquistare il cuore delle tante persone che sono affezionate alla società. Perché alla fine è un po’ il tifoso ad aver creato questa idea del campione che ama la maglia, della bandiera. Non è la società che ha inventato l’amore per i colori sociali e la bandiera, ma è il tifoso. E a Lotito nessuno gli ha perdonato il fatto di aver in qualche modo strappato simbolicamente la bandiera non rispettando il tifoso, le sue idee, la sua passione, i suoi sogni. Il tifoso in questo va rispettato. E detto da me che sono passato alla storia per aver definito i tifosi dei clienti– dice sorridendo –sembra quasi il colmo, ma è così. Lui è come se si fosse chiuso dentro Formello tenendo fuori la gente, impedendo quasi ai tifosi di partecipare alla vita della società. Invece la gente vuole partecipare, vuole sognare, non vuole sentir parlare solo di numeri e di bilanci. Quindi bisogna trovare il giusto equilibrio, il modo per entrare in contatto ed in sintonia con la gente, accontentare e ascoltare tutti. Poi è chiaro che le scelte le deve fare il presidente e che il progetto è inevitabilmente legato a quello che si possiede, ai mezzi che si hanno e che si vogliono immettere in questa attività. Però io ritengo che quello che è proprio mancato al tifoso della Lazio è il rispetto per le sue emozioni e per i suoi sentimenti. A parte quelle che possono essere le varie strumentalizzazioni, che nel mondo del calcio esistono e sono all’ordine del giorno. Ma è importante farsi rispettare e allo stesso tempo rispettare i sentimenti della gente, senza calpestare le emozioni, che poi sono il vero cordone ombelicale che tiene unito un tifoso ad una squadra di calcio, anche in mancanza di risultati. Qui invece non si vuole mai comunicare che cosa si vuole fare, quale è veramente il progetto. Quindi la società perde di credibilità, alcuni giocatori sono scappati e continuano a scappare, ed altri vedendo la situazione dall’esterno faticano ad accettare l’idea di venire a giocare nella Lazio. E questo oltre a danneggiare l’immagine della Lazio provoca delle tensioni, perché in questa città il calcio è sempre stato una grande valvola di sfogo, con inevitabili risvolti legati anche all’ordine pubblico”.

“Il nostro calcio deve cambiare– prosegue infervorandosi – sia nel pensiero che nei contenuti.  Perché ci sono continue ingerenze da parte di terzi che intervengono anche con leggi che impediscono sia lo sviluppo che la programmazione. Dobbiamo decidere se il nostro è un calcio professionistico a tutti gli effetti che ha come interesse ultimo un risultato economico e anche dei profitti, come il modello dello sport professionistico americano, oppure se deve essere un calcio sociale a finalità di sfogo, allora lo Stato deve intervenire con leggi adeguate e magari degli aiuti e degli incentivi, come fa per altri settori industriali, primo fra tutti quello legato al mercato automobilistico. Altrimenti non avremo mai un indirizzo certo. Avremo società perennemente con bilanci in rosso e imprenditori che di tasca loro ripianano le perdite o portano le società verso dei fallimenti pilotati. E il futuro del calcio italiano dipende solo dai presidenti e dalla loro volontà di cambiare e di trasformare il calcio in un bene economico dal punto di vista industriale. E questo fino ad oggi non c’è stato. E’ anche per questo che è fallito il progetto della quotazione in Borsa, perché è mancato il pensiero economico-industriale. Prendiamo il modello inglese, ad esempio. E’ vero, tutte le società hanno i bilanci in rosso, ma hanno un appeal che le nostre società non hanno. Basta vedere cosa hanno fatto gli arabi con il Manchester City. Ma non solo. Come è stato messo in vendita il West Ham, che in Italia può essere paragonato al Cagliari o al Livorno, nonostante i debiti della società, sono spuntati compratori come i funghi. Si è presentato addirittura Cellino, mettendo sul tavolo cifre che non investirebbe mai in Italia nel Cagliari. Guardate il Manchester United, ha un indebitamento che porterebbe qualsiasi società italiana alla bancarotta, perché nessun club del nostro paese può avere la forza o la credibilità di emettere un bond da oltre 850 milioni di euro. Loro lo hanno fatto ed è stato interamente  sottoscritto, perché hanno un utile operativo di 80 milioni di euro all’anno. In Italia, invece, tutti i presidenti pensano solo ed esclusivamente a mantenere il controllo delle società e del potere che gli garantisce il possesso di queste società. E se non cambia la mentalità, siamo destinati a restare nella mediocrità e a perdere ulteriore terreno dall’Inghilterra, dalla Spagna e dalla Germania”.
Undici anni fa la Lazio festeggiava il suo secondo scudetto. Undici anni dopo di quella squadre e di quel progetto non è rimasto nulla o quasi. Un delitto per una piazza dal potenziale enorme. E in molti si chiedono cosa c’è dietro l’angolo, se nel futuro della Lazio c’è un raggio di sole.
“Dipende solo ed esclusivamente da Lotito – risponde secco Cragnotti – e da quello che vuole fare. Se vuole dare a questa squadra e a questa società un lustro calcistico o se la vuole condannare al semi-anonimato, ad essere una delle tante società che partecipano ai campionati senza nessun tipo di ambizione, che un anno possono arrivare quarte e l’anno dopo decime. Senza continuità”.

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