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Dalla Juve alla Juve… alla Juve: i dispiaceri laziali in bianco e nero

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Tempo di lettura: 3 minutiLAZIONEWS.EU – È come se in quel doppio palo di Djordjevic si fosse eclissata per sempre la Lazio. Ad un passo dal trionfo, a pochi centimetri dalla gloria. Succede anche ai migliori di perdere la propria stella polare, di inseguirla in infinite galassie e poi di rincorrerla lungo il cammino dell’esistenza. Pioli è rimasto lì, inchiodato a quell’istante. Non si è più ripreso da quel pallone che ha danzato sulla linea di porta e che uscendo, ha deciso da che parte doveva svoltare il destino.

SEMBRA UNA VITA FA – Corre l’anno 2014-15, la Lazio affronta la finale di Coppa Italia contro la Juventus finalista di Champions League, quattro giorni prima del derby che vale il secondo posto. Nella vigilia parte un vecchio motivetto: meglio la coppa o la Champions? Qualcuno prova anche a chiederlo al mister: per Pioli è un po’ come chiedere se vuoi più bene alla mamma o al papà. Lui vuole tutto. Quella Lazio vuole tutto. Contro la Vecchia Signora, in un Olimpico stracolmo di passione è spettacolo: Radu segna e fa volare i biancocelesti, ma Chiellini pareggia e diventa così una partita a scacchi, divertente e frizzante. La Lazio gioca un gran calcio, alla pari contro una corazzata che ha già vinto il quarto scudetto consecutivo. Poi l’azione che spacca in due la storia: è il 4′ del primo tempo supplementare, Djordjevic stoppa la palla, la sistema sul sinistro e fa partire un bolide dalla lunga distanza. La sfera supera Storari, centra il palo interno alla sinistra del portiere, poi quello destro, costeggia la linea di porta ed esce. Sul capovolgimento di fronte Matri segna e la Juve porta a casa la coppa. Quel gol ruberà alla Lazio gioco, carattere e sogni.

RINCONTRARSI IN CINA – Ancora tu? Ma non dovevamo non vederci più? 80 giorni dopo ancora la Vecchia Signora, ma dall’altra parte del mondo. 11 mila chilometri ad est, Shanghai, finale di Supercoppa Italiana. Tutti hanno negli occhi la spettacolare finale di coppa, ma in Cina sarà un inno alla noia. Vince la Juve, quasi senza giocare, con i gol di Mandzukic e Dybala e la Lazio crolla, svuotata e senza stimoli. E’ il preludio ad una stagione di sofferenza. L’eliminazione dal play off di Champions League contro il Bayer Leverkusen taglierà poi le gambe, ma è soprattutto la testa a non girare. E si nota fin dalla trasferta in casa di Mao Tse Tung. La squadra è un falso, evidentemente sporco e taroccato del quadro che aveva deliziato gli amanti dell’arte del calcio. Dal gioco più bello d’Italia a quello più inconsistente, dal secondo miglior attacco alla seconda peggior difesa. Una forbice che aumenta di giornata in giornata. Fino alla Juventus, ancora una volta.

QUELLA VOGLIA DI RIVALSA … – All’Olimpico come in un film va in scena la rivincita perfetta: una vittoria per uscire dalla crisi, tre punti per dare un segnale al campionato proprio contro la squadra più in forma. Eppure continua la maledizione: per la quarta volta consecutiva Allegri batte Pioli con due gol, con il tecnico parmigiano ancora all’asciutto di successi contro i bianconeri. A fine gara i numeri raccontano di una Lazio che non segna su azione dal gol di Kishna contro il Milan, in totale da 365 minuti, recuperi esclusi e che prende gol da 6 giornate di fila. Seconda peggior difesa prima del Carpi fanalino di coda, con 1 gol su 3 subito nei primi 25 minuti. La crisi di identità e motivazioni emerge anche da un altro dato: in svantaggio 9 volte e ha recuperato solamente in due occasioni, nel pareggio con il Palermo e nella vittoria a Verona contro l’Hellas. Gioco, mentalità, atteggiamento. Non c’è una sola causa alla crisi della Lazio, che anche stavolta finisce in lacrime. In finale di Coppa si disperò il giovane Cataldi; stavolta Biglia, capitano impotente e disarmato su cui grava come un macigno il peso di una responsabilità enorme. La Juventus intanto è imbattuta con i biancocelesti in campionato da 12 anni e sulla panchina dei bianconeri c’era, guarda caso, proprio Marcello Lippi. Corsi e ricorsi storici di un destino baro che non la vuol sapere di cambiar strada e tornare sui binari giusti. Il treno che porta ai sogni – leggasi coppe in bacheca e notti di Champions – oramai è passato. La Lazio non può far altro che provare a crescere e interrogarsi: come ridare colore alle speranze?

Giorgio Marota
TWITTER: @GiorgioMarota

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