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La Lazio celebra lo scudetto del 2000: il racconto della serata tra aneddoti e ricordi (VIDEO)

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Lazio celebrazione scudetto 2000

dal nostro inviato a Casina di Macchia Madama – Claudio Troilo

La Lazio riavvolge il nastro. Si torna 25 anni indietro, a inizio millennio, quando il club biancoceleste vinse il suo secondo e, per ora, ultimo scudetto. Racconti, ricordi, aneddoti dei protagonisti di quel trionfo e di chi quel trionfo lo ha raccontato. Della squadra di oggi erano presenti mister Baroni, Provstgaard, Provedel, Zaccagni, Pellegrini e Patric. Della Lazio del 2000, invece, erano presenti in tanti: ecco il racconto della serata.

Leggi anche: Lotito: “Come Presidente della Lazio sono custode di una tradizione ultracentenaria insignita del titolo di Ente Morale”

La Lazio e lo scudetto del 2000: il racconto delle celebrazioni

Casina di Macchia Madama, zona Stadio Olimpico, proprio lì a dominare la collina di Monte Mario. La Lazio ha scelto questo luogo per le celebrazioni finali dello scudetto del 2000, già un quarto di secolo fa. Il club biancoceleste ha voluto riavvolgere il nastro di quel trionfo, e lo ha fatto insieme a chi quel sogno lo ha reso una meravigliosa realtà. C’erano tutti, da Mancini a Marchegiani, da Couto a Marcelo Salas, da Favalli a Paolo Negro fino a Ballotta, Gottardi e Marcolin. Poi la Lazio di oggi con mister Baroni, Patric, Zaccagni, Pellegrini, Provstgaard e Provedel.

Arrivano tutti, alla spicciolata, anche chi alla storia della Lazio appartiene o è appartenuto per riflesso. Ecco quindi Pino Insegno, volto tv e noto tifoso laziale, Arianna Mihajlovic con i figli Dusan e Nicholas, Nando Orsi e Riccardo Cucchi. Sono della serata anche Tony Malco e Grassadonia, allenatore della Lazio Women. Se Hegel vedeva nell’immagine di Napoleone a cavallo il senso della storia e l’anima del mondo, ecco che la Lazio ritrova in questa celebrazione e in questi volti il senso di appartenenza a una storia ultracentenaria.

La lazialità toccata con mano, vissuta, riassaporata, alimentata, scrutata e reinterpretata 25 anni dopo. Perché essere della Lazio a Roma significa aderire a una minoranza che orgogliosamente si fa corporazione, apparato simbolico che si oppone alla liquefazione della società. Essere “pochi”, saperlo, averne consapevolezza e per questo distinguersi all’interno di una metropoli che fagocita tutto, anche gli eroi. La Lazio è l’essenzialità della fede, il doppio di segno opposto alla massificazione del tifo, è la risposta uguale e contraria al senso comune. Essere laziale significa scegliere l’alterità rispetto all’indistinto dell’uguale: ecco, tutto ciò questa serata lo ha raccontato.

Il ricordo di chi non c’è più: lo scudetto di Sinisa ed Eriksson

C’erano Arianna Mihajlovic, la moglie di Sinisa, con i figli Dusan e Nicholas. C’erano loro a testimoniare i 6 anni di Sinisa vissuti con la maglia della Lazio, dal 1998 al 2004. Il segno di un passato con in braccio il proprio futuro, un cognome che torna anche in quelle poche parole piene di emozione espresse da Arianna: “Emozione unica, per me sono stati anni indimenticabili. Sono molto emozionata grazie a tutti davvero”.

Poi Sven, il vero artefice di quel capolavoro. Ricordato da tutti, nessuno escluso. Allenatore e padre, figura di riferimento per un’intera generazione di giocatori diventati poi allenatori. L’ultimo saluto con il mondo biancoceleste c’è stato il 27 maggio 2024, all’Olimpico, in quel Lazio Sassuolo anticipato dalla coreografia della Nord con la maglia dello scudetto e il nome di Sven a svettare. Non c’era, ma è come se ci fosse stato…nel cuore di tutti.

Anche mister Baroni ha voluto ricordarlo: “Un allenatore straordinario, un uomo innovativo, che è stato un precursore di calcio, di idee, di gestione. Di Eriksson ho amato il coraggio di affrontare le partite a braccia aperte, di creare valore intorno a sé, di dare entusiasmo. E io ho avuto il privilegio di assaporarlo da assaporarlo. Questa è una delle cose che mi porto dentro”.

La videochiamata di Veron e il videomessaggio di Simeone

Non poteva mancare, poi, il saluto di Juan Sebastian Veron: “Prima vorrei salutare tutti (…).  Penso che ognuno ha messo quello che poteva. Penso di aver dato il mio contributo in una squadra di campioni, non solo in campo, sostenuti da una società presente. Dal presidente in giù tutti hanno dato il massimo per raggiungere gli obiettivi. Gol olimpico all’Olimpico? Dovevo approfittare del momento, ho sbagliato un pochetto: volevo mettere la palla sul secondo palo e poi è entrata”.

Ma anche il videomessaggio del Cholo Simeone: “Scusate per l’italiano, non è mai stato buono (ride, ndr). Volevo essere vicino a tutti voi, è una giornata molto importante, è passata tanto tempo da quella bellissima vittoria, quella straordinaria domenica. Volevo esservi vicino. Un saluto a tutti, vi mando un abbraccio col cuore”.

Le parole di Lotito e il taglio della torta chiudono la serata

Le parole del presidente Lotito prima, e il taglio della torta poi: così si chiudono le celebrazioni dello scudetto del 2000 della Lazio. Il patron biancoceleste ha voluto ricordare che “il futuro esiste se c’è un passato. Ci stiamo attrezzando perché io sono abituato a ragionare come le formiche e non come le cicale. Abbiamo creato le condizioni affinché i vostri successori possano fare il meglio. Bisogna crederci, avere la voglia di crederci e di dimostrarlo e di lavorare insieme per raggiungere gli obiettivi. Ci battiamo per questi colori indimenticabili di un club che dal 1900 preserva determinati valori”.

Poi l’augurio finale: “Sul campo mi auguro che i ragazzi di oggi facciano quello che avete fatto voi, che avete vinto meno di quello che potevate vincere per la qualità tecnica dei giocatori. Ma il calcio dipende da tanti fattori imponderabili. Quello che è emerso in modo chiaro è che eravate una squadra unita e compatta, una squadra viva che combatteva quando voleva ottenere i risultati”.

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di Claudio Troilo

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