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La Lazio merita un futuro all’altezza della sua storia: così, non c’è rispetto
Una stagione che sta per concludersi, manca solo Lazio Pisa all’appello, ma che già risalta come una delle annate calcistiche più cupe nella storia del club capitolino; il punto è capire se e quale futuro dare al club che, per forza di cose, deve e dovrà essere all’altezza della sua storia. Continuare così non serve, proprio a nessuno: serve rispetto.
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Il futuro della Lazio quale sarà? Serve rispetto per la storia di questo club
Il derby perso è solo l’ultima istantanea di una stagione piena di ombre, di difficoltà, di intoppi all’origine. La Lazio non ha mai conosciuto pace dalla scorsa estate, da quando a luglio 2025 venne svelato l’arcano del mercato bloccato. Maurizio Sarri aveva già firmato, aveva già (ri)sposato il progetto Lazio, con entusiasmo e voglia rinnovate. Poi la scoperta, la doccia fredda, il bagno di realtà che cade come un fulmine a ciel sereno.
La Lazio non può fare mercato. Il tecnico toscano si trova di fronte a un bivio: dimettersi, e venir così meno al senso di responsabilità che lo ha sempre contraddistinto, o portare questa croce (sportiva, s’intende) fino alla fine. Qualsiasi cosa accada, qualsiasi sia il finale. E così ha fatto. Le peripezie in campionato, con l’avvio difficile, subito il derby perso in casa e le difficoltà realizzative. Poi una lieve ripresa, l’avanzata in Coppa Italia battendo Milan e Bologna negli ottavi e quarti di finale, per poi sublimare il percorso buttando fuori in semifinale l’Atalanta.
Nel mezzo un mercato di gennaio che si è sbloccato, ma che ha visto partire pedine importantissime: due su tutte, Guendouzi e Castellanos. Poi la telenovela Romagnoli, le tensioni con Sarri e il comunicato dopo Lecce che toglieva Alessio dal mercato. Gli arrivi di Ratkov, Taylor, Maldini, Przyborek e Motta nel mercato invernale, una squadra da reinventare in corso d’opera e una stagione da salvare.
L’impresa con l’Atalanta, la delusione in finale e la disfatta nel derby
L’impresa con l’Atalanta in semifinale di Coppa Italia ha rappresentato il punto più alto raggiunto dalla Lazio in questa stagione. Un doppio pareggio nel doppio confronto tra andata e ritorno, per poi conquistare il pass per la finale grazie a un super Motta nella lotteria dei calci di rigore. Una finale conquistata, contro tutto e tutti. Un traguardo che ha risvegliato un intero popolo, compatto e coeso in una protesta che ha visto l’Olimpico svuotarsi.
La finale contro l’Inter, però, ha riconsegnato una Lazio incapace di incidere e affondare nei momenti cruciali. Due errori, di Marusic e Tavares, sono valsi il trofeo ai nerazzurri. Ma di più ha colpito l’atteggiamento remissivo, passivo, a tratti svuotato dei calciatori. Cala il sipario, la coppa rimane soltanto una pia e crudele illusione. Ma non finisce qui. Quattro giorni dopo il derby, fuori casa, con la Curva Nord completamente vuota e una Roma galvanizzata dalla corsa Champions e dalla vittoria in extremis a Parma.
La stracittadina si chiude nel peggiore dei modi, ma assai prevedibile: vittoria giallorossa, partita mai in discussione e secondo derby perso in questa annata calcistica.
Quale futuro per la Lazio?
La domanda a cui rispondere, ora, è questa. Il tempo dei processi è arrivato, ma ciò che conta di più è la presa di coscienza di una situazione che non è più tollerabile. Nessuno chiede l’impossibile, nessun laziale vuole la luna, nessun tifoso biancoceleste vuole passi che non possono essere sostenuti.
Ciò che si chiede alla società è la competitività, la programmazione, la progettualità, l’audacia del sogno. Alla società i laziali chiedono di provare a lottare per competere, chiedono l’uscita dal tunnel dell’anonimato, il fiore di una rinascita che tarda ad arrivare. Serve rispetto, servono cura e attenzione per preservare la storia di un club glorioso e per garantirgli un futuro all’altezza del suo passato.
di Claudio Troilo
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