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LAZIO INZAGHI – La Lazio nel cuore, da sempre e per sempre. Simone Inzaghi, prima giocatore oggi allenatore biancoceleste, si è raccontato ai microfoni di Sky Sport nel programma “Mister Condò” condotto dall’omonimo giornalista: dagli esordi fino alla panchina della sua squadra del cuore, ecco un rewind del passato del mister.

FAMIGLIA – “Per me e Pippo i nostri genitori sono stati il segreto dei nostri successi da calciatori, ci hanno seguito passo passo e sono stati dei punti di riferimento. È capitato di incontrarci e per loro non era facile. Come quando vinsi lo scudetto con la Lazio, loro sapevano che solo uno sarebbero diventato campione d’Italia.”

SUL FRATELLO PIPPO – “Noi giocavamo sempre in attacco fin da piccoli. Con i nostri amici al parco eravamo sempre davanti, non ci piaceva difendere. Quando avevo 7 anni e lui 10, andavamo sempre al parco, a me essendo piccolo non facevano giocare e Pippo imponeva la mia presenza. Questo lo ricordo con grande gioia, già a 10 anni Pippo voleva sostituirsi a mio padre. Per me lui è stato uno dei tre attaccanti italiani più forti della storia, grandissimo attaccante e bomber. Io sono arrivato a 100 gol, lui più di 300, penso ci sia un motivo. Dai 10 ai 15 anni sembrava tutto in discesa per me, Pippo nelle Nazionali giovanili non era ad esempio convocato come lo ero io. Io poi ho avuto più problemi nel salto dalla Primavera alla Prima Squadra, rispetto a lui. La prima volta contro di lui ci furono lunghe chiacchierate al telefono prima della partita. Ricordo il suo gol, poi una mia azione dove Rampulla mi impedì di segnare il gol del pareggio.”

GIOVANE – “Ho interrotto l’ultimo anno di ragioneria, ho recuperato con le serali al Carpi. A Piacenza si diceva che potevo essere come mio fratello, il diploma lo presi successivamente perché non riuscivo ad allenarmi e studiare”.

DEBUTTO ALLA LAZIO – “Non mi scorderò mai l’esordio. Il destino volle che fosse contro la Lazio, nel mio stadio, con la squadra con cui sono cresciuto. Segnare alla prima è una cosa che mi rimarrà dentro per la vita, Couto negli anni è diventato un caro amico che tuttora sento, me lo ricordo ancora la doppia finta di Rastelli, questo cross e questo gol di testa. Poi non ne ho fatto tanti di gol di testa, ma il destino aveva disegnato questo per me”.

SULLA LAZIO – “Mi ricordo la chiamata di Mancini, che mi chiese se avevo il piacere di andare a giocare alla Lazio, aveva appena vinto la Coppa delle Coppe, avevano venduto Vieri e puntarono Anelka, ma non venne. In due giorni mi ritrovai a fare le visite mediche, era il 99, ed è qui che inizia la mia lunga storia con la Lazio. Ora siamo nel 2018, eccoci qua. Arrivavo in una grande città, in una squadra fatta di campioni, avevo entusiasmo ma sapevo che avrei trovato concorrenza. Nel girone di andata mi sono ritagliato il mio spazio, giocai la Champions. Feci un bellissimo ritiro e la prima partita ufficiale con la Lazio fu nella Supercoppa Europea con il Manchester. Dopo 8 minuti uscì dal campo per un contrasto involontario in cui Stam mi ruppe il naso. Entrò Salas e portammo a casa la Coppa. Tre giorni dopo Eriksson mi fece giocare di nuovo titolare, e feci gol all’esordio nel mio nuovo stadio su calcio di rigore”.

ERIKSSON – “E’ una persona da cui ho preso tanto, come dagli altri allenatori. Aveva un’ottima gestione del gruppo, cercava di coinvolgere tutti. Per me è stato molto importante.”

EX COMPAGNI OGGI ALLENATORI – “Eravamo una squadra in campo che ragionava e che ha vinto uno Scudetto in modo meritato, avevamo 9 punti di distacco ad un certo punto dalla Juventus, siamo stati bravissimi a recuperare quel gap. Merito di Eriksson se oggi siamo quasi tutti allenatori? Forse.”

SCUDETTO – “Avevamo una squadra giovane, ma di grandissima qualità: ci fu lo scontro diretto a Torino, avevamo già accorciato a -6 col derby, e la gara contro la Juventus ci diede grande forza. Mi ricordo con molto piacere quella gara. A quel punto, a -3, abbiamo iniziato a crederci. Poi, l’ultimo giorno di campionato, eravamo davanti al monitor, eravamo a guardare la partita di Perugia. C’è chi era chiuso nello spogliatoio, io ero con Mancini davanti ai monitor, c’era anche Pancaro. Ci credevamo. Mi ricordo che col pareggio avremmo dovuto fare uno spareggio e sarebbe stato penso storico. Per i miei fu un pomeriggio difficile, sapevano che uno dei due sarebbe diventato campione d’Italia. Mi ricordo che chiamai subito i miei genitori, da loro percepivo solo felicità, anche se erano contenti per me, pur soffrendo per mio fratello. Pippo era molto amareggiato, ma contento per me. Mi disse: ‘Cosa abbiamo combinato'”.

RECORD COL MARSIGLIA – “E’ stata una partita quasi perfetta, sbagliai un rigore che ancora adesso a pensarlo mi dispiace, addirittura avrei fatto cinque gol. E’ un record che mi tengo stretto, a volte lo rivedo con i miei figli. Eravamo una squadra forte, ci fu dentro di noi il rammarico della partita di Valencia, avremmo potuto forse fare di più.”

DEBUTTO IN NAZIONALEEro in camera con mio fratello. Fu un grandissimo regalo di Dino Zoff. Era il mio sogno fin da bambino, e fu realizzato. Ho anche giocato 11 minuti insieme a lui. Fa impressione, fu una grandissima emozione. Tutto quello che abbiamo fatto da bambini, lo abbiamo portato lì al Delle Alpi. Abbiamo provato anche a duettare, e non era facile. L’Inghilterra era molto solida. Sono ricordi ben presenti nella mia testa. Vincemmo con un gol di Gattuso. Quella partita è il punto più alto raggiunto dalla nostra famiglia a livello calcistico. Fu indimenticabile per tutti”.

PROBLEMI FISICI – “Cominciai ad avere dei problemi fisici che non mi facevano più essere libero come prima. Li avevo fino dai 18 anni. Ma a 20 anni pensavo di averli superati, invece non fu così. Faticavo ad allenarmi, poi subentravano delle strane idee nella gente che non avevo più stimoli alla Lazio. Quando andai alla Samp e all’Atalanta in prestito, fu lo stesso. Dai 26 anni non riuscivo più a giocare. Sono stato quattro anni senza segnare, e quello potevano essere gli anni migliori. Io ho avuto tanti rimpianti per i problemi fisici, so che avrei potuto dare ancora tanto al calcio giocato”.

ALLENATORE – “Mi hanno completato sia il fatto di aver un vissuto di calciatore, ma anche gli anni fatti a Coverciano. Ho studiato, ho cercato di farmi trovare pronto nel caso in cui si fosse presentata l’occasione. Gli anni a Coverciano sono stati importantissimi per me, giocando meno già negli ultimi anni di attività ho avuto modo di apprendere da tutti gli allenatori avuto, sapevo che volevo diventare un tecnico . Avevo ancora un anno di contratto e Lotito e Tare mi proposero di spalmarlo in tre anni, sapendo che mi sarebbe piaciuto allenare. Ci ho pensato un paio d’ore, poi ho accettato. Ho cominciato che era tutto nuovo, andando avanti mi piaceva sempre di più. Mi piaceva studiare, aggiornarmi, vedere gli altri allenatori. Ho avuto poi la fortuna di fare sei anni alle giovanili dove ho potuto sbagliare e migliorarmi, ho avuto la fortuna di vincere in tutte le categorie. Non ho regalato nulla ai ragazzi avuti, Strakosha l’ho lanciato quando veniva da un campionato in panchina a Salerno, ora è uno dei migliori portieri in circolazione.”

ALLA LAZIO – “C’era Pioli che è un grandissimo allenatore ed una persona con cui mi son trovato molto bene, era un piacere parlare di calcio con lui. La Lazio l’anno prima fece cose straordinarie, poi purtroppo no. Eravamo ad aprile, pensavo che finisse lui la stagione ed invece sono stato chiamato. Non potevo dire no. Le prime 7 partite furono 7 finali di Champions per me. Mi giocavo il mio futuro. Volevo rimanere alla Lazio. Credevo di meritarmi la conferma da allenatore della Lazio.”

ENTUSIASMO RITROVATO – “In quel periodo c’erano un po’ di problemi con la tifoseria, con l’Empoli, alla mia prima partita c’erano tremila paganti. Se penso ad oggi ed ai miei grandi successi, oltre la Supercoppa vinta contro la Juventus, forse il mio più grande merito è quello di aver riportato i tifosi allo stadio. Quando presi la Lazio era inimmaginabile vedere questo calore e questo stadio. Sia in casa che in trasferta i tifosi si stringono intorno al gruppo, penso che i tifosi se lo siano meritato.”

MODULO – “Un allenatore non deve fossilizzarsi su quelle. Lo scorso anno mi piaceva giocare con un 4-3-3, poi a parer mio Keita era sprecato sull’esterno ed ho voluto cambiare posizione. L’anno scorso ne ha segnati 16. Lo stesso Radu secondo me era più un terzo di una difesa a 3, e penso sia uno dei miglior difensori. ”

JUVENTUS – Già nella vittoria della Supercoppa, la squadra ha trovato una grande autostima. Con loro abbiamo fatto due partite perfette. Abbiamo vinto meritatamente. Battere due volte di seguito la Juventus credo sia capitato a pochi. Le voci di un interessamento fanno piacere, ma io sono qui a Roma, nella mia squadra del cuore e spero di rimanerci a lungo”.

DINO ZOFF – “Essendo della Lazio penso che il mio mito è Dino Zoff, mio allenatore alla Lazio ed in Nazionale. Mi sento rappresentato da lui.”

CHINAGLIA, GASCOIGNE, DI CANIO – “Chi mi piacerebbe allenare? Chinaglia, perché non ho avuto la fortuna di conoscerlo. Se ne parla spesso anche con Manzini che è stato un suo giocatore.”

MONDIALI – “E’ stata una grandissima delusione, una catastrofe perché un Mondiale senza Italia non sarà lo stesso. Deve essere una ripartenza.”

ROMA – “Ho rispetto per i romanisti, ho tanti amici della Roma e ricevo rispetto da loro, con la speranza di batterli sapendo che vincendo un derby e passando un turno contro loro la soddisfazione è tanta, come vincere un trofeo.”

GAIA – “Ci sposeremo il prossimo giugno, alla fine di questa stagione sportiva. Lei è una parte importante della mia vita, ho conosciuto quando ho cominciato ad allenare, mi supporta tutti i giorni. In questa città oltre lei ho i miei due figli che sono la mia vita.”

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