29022016 Lazio Sassuolo Pioli 00
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L’EDITORIALE DI PAOLO CERICOLA – Era scritto. Ormai era diventato il segreto di Pulcinella; la Lazio e Pioli si sarebbero comunque lasciati a Giugno. Avrebbero trovato una soluzione all’anno di contratto ancora in essere e si sarebbero detti comunque addio, radio mercato porta il tecnico ducale vicino alla panchina dell’Udinese per la prossima stagione. La storia era finita da tempo tanto che già prima di Natale in società si pensava all’esonero, poi rientrato grazie alla vittoria di Milano con l’Inter e la discreta prestazione anche se perdente con la Juventus in Tim Cup. Il crollo nel derby ha accelerato un percorso già scritto. Pioli paga, dopo l’esaltate stagione passata, il non essere riuscito a ripetere quel percorso ma soprattutto non essere riuscito a tenere un gruppo che, dopo l’eliminazione dal preliminare di Champions League, ha vivacchiato senza mai dare segnali simili a quelli della passata stagione. Già dal ritiro di Auronzo di Cadore le crepe nello spogliatoio erano visibili ad occhio nudo. La vicenda della fascia di capitano, gestita in maniera surreale, la preparazione non fatta al meglio, tanto che oggi la Lazio è la prima squadra della serie a A per infortuni quasi 70, sono macigni in una stagione che ha visto il ripetersi di dichiarazioni pesantissime dei giocatori più rappresentativi. Lo stato dello spogliatoio dal primo campanello d’allarme datato 17 luglio, quando in ritiro il Vicenza vince 1 a 0, passando poi per Lulic due volte e Miro Klose, era evidente. Parole ed intenti di unità in campo si scioglievano come neve al sole. Pioli non è riuscito dove lo scorso anno era stato bravissimo, fare gruppo. In questi mesi le sue parole, i suoi auspici, in conferenza stampa, spesso venivano poi sconfessate dal campo. Prima di Verona contro il Chievo, della gara decisiva per l’europa league o del derby l’auspicio del tecnico era sempre lo stesso: una squadra che ha lavorato bene in settimana e che sa l’importanza della posta in palio. Risultato: un gruppo che se si escludono Milano, due volte, e Firenze non ha mai, in campionato, dato la sensazione di essere squadra. Ma Pioli paga anche il suo essere stato eccessivamente “Yes Man”. Difficile dire di no o sbattere i pugni quando alleni la squadra con più storia nella capitale d’Italia ma poi in rischio di essere solo alle intemperie c’è tutto. L’errore di luglio della società è evidente. Un mercato non all’altezza degli impegni e degli stimoli che la squadra, la critica e la piazza chiedevano dopo la passata stagione. I circa 70 infortuni di questa stagione hanno consegnato al derby una difesa difficilmente commentabile. Seconde o terze scelte schierate titolari con la paura di rischiare la brutta figura, regolarmente arrivata. Una rosa che oggi paragonata alle competitor per l’Europa fa capire che l’ottavo posto in campionato è il giusto e reale traguardo. Basta paragonare le difese delle altre per capire che con quei giocatori non si può andare lontano. L’errore di giugno oggi è sotto gli occhi di tutti. Ma così come le responsabilità sono della società e del tecnico, anche la squadra si deve assumere le sue colpe. Troppi giocatori non vedono l’ora finisca la stagione per andare altrove. Troppi hanno staccato la spina dandosi l’alibi della campagna acquisti non fatta a giugno e la contestazione forte alla società. Troppo facile. Ora fiducia a Simone Inzaghi. L’ex allenatore della Primavera avrà sette gare per sedersi su quella panchina che sogna da anni. Non rischierà nulla, la classifica glielo consente visto che non ci sono più obiettivi. Poi a giugno sarà rivoluzione, l’ennesima. Altro giro altra corsa……venghino signori, venghino……
Paolo Cericola
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