INTERVISTE
Mellone: “Quella era una Lazio interstellare”
Angelo Mellone, direttore del day time di Rai Uno, ha partecipato al secondo appuntamento con “Lazio: nel buio, la luce” sul canale YouTube di Brigata Lazio, assieme – come ospiti – a Juan Sebastian Veron e all’attore Marco Rossetti. Nel suo intervento, il dirigente Rai ha spiegato cosa significa essere laziali e che valore ha, al di là del calcio.
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Le parole di Mellone nell’intervista sulla Lazio
Angelo Mellone è laziale, lazialissimo. Ha abbonato tutti i suoi figli, è abbonato lui, ma come la stragrande maggioranza del popolo biancoceleste, ora sta disertando lo stadio. Con fatica, certamente, con dolore, ma con la convinzione che questa sia l’unica strada per dimostrare qualcosa e far sentire la propria voce. Nel corso del secondo appuntamento con “Lazio: nel buio, la luce”, caricato sul canale YouTube di Brigata Lazio, il direttore del day time di Rai Uno ha spiegato con parole semplici, ma incisive, cosa significhi essere laziale.
Ecco le sue parole: “Noi siamo minoranza numerica, quantitativa, ma mai antropologica. Noi siamo popolo, siamo laziali, abbiamo sempre vissuto in una dimensione di comunità. La Lazio è nata per dare lo sport ai poveri, al popolo, a chi non aveva i soldi per poterselo permettere. Questa cosa qui, non la puoi tradire. Non ci puoi passare sopra. Essere laziali è una scelta, una scelta punk, controcorrente e anticonformista in una città come Roma”.
Poi, infine, con accanto Veron, ricorda la straordinarietà di quel periodo di Cragnotti: “Per me quella è una parentesi all’interno della storia della Lazio. Andavi allo stadio, vedevi dei fenomeni giocare a calcio ed eri felice. Ma poi la storia della Lazio è molto altro, per molti è rappresentata dal gol di Fiorini. La storia della Lazio è anche sofferenza, ma quello che manca ora è proprio il senso di comunità”.
Sulla Lazio dello scudetto
“Quella era una Lazio interstellare. È stata una stagione riassunta dalla famosa frase di Sir Alex Ferguson quando disse: ‘Il mio unico rimpianto da allenatore è stato perdere la finale di Supercoppa Europea contro la Lazio, che all’epoca era la migliore squadra del mondo. La migliore squadra in un campionato composto da ottime squadre. Quando il campionato italiano era ancora il campionato di calcio per eccellenza, ancor più di quello inglese. E lasciamo perdere la Bundesliga o la Liga. Quindi per me quella stagione è fantascienza. Non la colloco nel tempo ordinario della Lazialità. Quella è un’altra cosa. È distopica. Erano dei fenomeni, andavi allo stadio e vivevi l’esperienza. Ti sentivi quasi come all’NBA. Era come andare a teatro. È stata una fase quella, poi la storia della Lazio è più lunga. E il laziale che è in minoranza, non antropologica ma quantitativa, ha un atteggiamento verso la sofferenza, il sacrificio, il tenere botta nei momenti difficili, nell’accogliere i grandi campioni sapendo che prima o poi finirà. Ma poi bisogna vedere come finisce. Lì è finita molto bene”.
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