INTERVISTE
WOMEN | “Dall’asfalto di Napoli al sogno Lazio”: Elisabetta Oliviero si racconta
Dai campetti di periferia alla maglia della Lazio: Elisabetta Oliviero, calciatrice della Lazio Women, racconta la sua vita tra sacrifici, amore per il calcio e sogni biancocelesti.
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Il destino tra le mani e i piedi: l’intervista di Elisabetta Oliviero
Tutto è iniziato per emulazione e necessità. Appena trasferitasi da Genova a Napoli, Elisabetta ha trovato nei fratelli i suoi primi compagni di squadra. “Il primo calcio è stato un amore indescrivibile”, ricorda. Eppure, il suo percorso non è iniziato sulla fascia, ma tra i pali: “Facevo il portiere perché, giocando con i maschi più grandi, l’unico spazio libero era la porta. Mi buttavo sul cemento facendo parate folli”. Una determinazione che ha vinto anche le resistenze culturali di chi, all’epoca, faticava a vedere il calcio come uno sport per bambine. Solo grazie all’intervento di un osservatore locale, Francesco, la famiglia si convinse a lasciarla inseguire quella che lei stessa definisce “l’amore della vita”. Il sacrificio più grande? Lasciare la famiglia da giovanissima per entrare nel calcio “dei grandi”, un mondo che inizialmente l’ha travolta tra la gestione della casa e i rapporti con le coinquiline, facendola crescere velocemente fuori e dentro il campo.
La gavetta tra l’orgoglio della provincia
Prima di arrivare all’eccellenza delle strutture di Formello, la carriera di Oliviero è stata forgiata nel sacrificio. Sette salvezze conquistate con le unghie e con i denti in realtà dove le risorse erano scarse, ma la fame tanta. “Vengo da squadre che devono lottare per salvarsi. Sono orgogliosa di aver fatto sette salvezze quasi impossibili”, spiega l’esterno. Questa esperienza le permette oggi di apprezzare ogni singolo dettaglio del mondo Lazio: dai campi in erba vera alle vasche fredde per il recupero, nulla viene dato per scontato. Anni difficili, segnati dalla mancanza di strutture e disponibilità economiche, che oggi le fanno brillare gli occhi davanti all’eccellenza di Formello. “Avere le vasche fredde, la sauna o un campo in erba vero non è da tutti. Ce lo ripetiamo ogni giorno: siamo fortunate e non dobbiamo dimenticarlo”.
La sana ossessione come motore e il gol del destino
Non c’è spazio per un “piano B” nella testa di Elisabetta, se non l’idea di aiutare i fratelli nel loro negozio di abbigliamento. Ma è il campo il suo habitat naturale. “Sono ossessionata dal calcio, ci metto tutto l’amore che ho. Senza ossessione non si cresce”, confessa con una sincerità disarmante. Un’etica del lavoro che rasenta la maniacalità: ammette di arrabbiarsi con se stessa perché non è mancina o perché fatica sui palloni alti, cercando costantemente la “miglior versione di sé”.
Una dedizione che l’ha portata a vestire la maglia della Nazionale e a segnare un gol storico contro l’Olanda, nonostante non si consideri una calciatrice dai grandi numeri realizzativi. Descrive questo momento con grande umiltà: “Non sono un quinto che segna, mi è sembrato strano che la palla fosse rimasta lì. Era destino”. Nonostante quella sia stata una sconfitta sul campo, per lei resta “la più bella della vita”, per il valore della qualificazione ottenuta.
Verso il futuro
Oggi Elisabetta è una delle interpreti più affidabili del ruolo in Serie A, ma la sua fame non si placa. Tra l’autocritica per qualche errore sui palloni alti e la voglia maniacale di migliorare l’uso del piede mancino, l’obiettivo resta uno solo: il bene della Lazio. “Alle mie compagne prometto che continuerò a dare il massimo per raggiungere l’obiettivo. Speriamo di arrivare al nostro sogno”.
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