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Il Tempo solleva interrogativi clamorosi dopo l’assoluzione degli Irriducibili
20 anni fa, nel 2006, Fabrizio Piscitelli, l’ultrà della Lazio noto come Diabolik, pronunciava le parole “Se rimane Lotito noi dovemo comunque continuà a fare la guerra a questo bastardo”; Lotito fece causa e finalmente, oggi, è arrivata la decisione della Corte d’Appello di Roma: gli ex esponenti degli Irriducibili sono stati tutti assolti dall’accusa di tentata estorsione nei confronti del presidente della Lazio. Tra gli assolti figura anche l’avvocato Fabio Di Marziantonio, assistito dal penalista Luca Marafioti.
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Piscitelli e gli ex Irriducibili della Lazio sono stati tutti assolti dall’accusa di tentata estorsione a Lotito
AGGIORNAMENTO 21 LUGLIO – L’edizione odierna de Il Tempo solleva degli interrogativi clamorosi dopo la sentenza di assoluzione degli Irriducibili. Innanzitutto si chiede come sia possibile che il server sul quale erano registrate le intercettazioni che dovevano provare le estorsioni, sia stato distrutto dopo il primo grado di giudizio, impedendo alla difesa di valutare il contenuto delle stesse telefonate. Mancherebbero inoltre altri tabulati telefonici, impossibile di visionare per certificare la reale provenienza delle chiamate.
Grossi dubbi anche sulle missive recapitate nella casa di Lotito “contenenti chiare minacce rivolte alla moglie, fatto avvenuto nel settembre 2005”, una nella cassetta della posta e una sotto le zerbino. Lo stesso Lotito non si capacitò dell’accaduto, avendo da poco assunto delle guardie giurate a protezione della sua abitazione. La difesa degli Irriducibili ipotizzò che quelle lettere fossero state messe dalla stessa Cristina Mezzaroma.
Le motivazioni della sentenza si devono al fatto che, per i giudici, quella portata avanti dalla tifoseria organizzata non fu un’operazione finalizzata a costringere Claudio Lotito a cedere la società, ma, solo una dura e radicale campagna di contestazione. Così scrive Il Corriere della Sera. A detta dei giudici: “non può dirsi pienamente provato che l’episodio si collocasse all’interno di una strategia finalizzata a indurre il presidente a cedere le proprie quote”.
Tale valutazione ribalta il verdetto di primo grado. Secondo la Corte, Lotito non fu mai posto nella condizione di dover scegliere tra cedere alle richieste dei tifosi o subire un danno immediato. Al contrario, le pressioni e gli attacchi subiti sono riconducibili al clima di forte contrapposizione nato attorno alla sua gestione della Lazio, senza che ciò integri il reato contestato. I giudici sottolineano anche un principio destinato a far discutere: “È nel diritto dei tifosi rivolgere critiche, anche pesanti, a chi ricopre incarichi dirigenziali”.
Per la Corte, dunque, si è trattato di una contestazione aspra e durissima, senza però alcun tentativo di estorsione nei confronti del presidente biancoceleste.
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