ESCLUSIVE
ESCLUSIVA, Riccardo Cucchi: “Sono orgogliosamente laziale, la mia Lazio è quella di Maestrelli. Lotito? Ci ha ingannato, ma non dimentichiamo i 21 anni”
Al microfono, in esclusiva, di Claudio Troilo
La voce che per 35 anni ha raccontato il calcio alla radio. Un uomo che è stato prima la sua voce e poi il suo volto, che ha vissuto di parole, di radiocronache. Riccardo Cucchi ha concesso a Lazionews.eu un’intervista esclusiva nella quale ha ripercorso i suoi inizi, la sua carriera, il suo amore per la Lazio e i colori biancocelesti. Poi ancora il ricordo di Vincenzo D’Amico, il “più laziale dei laziali”, le vicissitudini del presidente Lotito e le vicende del Sarri bis.
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Le parole di Riccardo Cucchi nell’intervista esclusiva a Lazionews.eu
Entra in Rai nel 1979 dopo aver vinto un concorso e la mandano in Molise: in che modo poi approda alle radiocronache?
“Diciamo che quello di essere radiocronista è stato il mio sogno da bambino, e certamente non pensavo di riuscire a realizzarlo. Il primo momento in cui finalmente ho potuto realizzare questo mio grande desiderio è nato per un incidente di percorso capitato a Ezio Luzzi. Doveva venire in Molise, a Campobasso, per fare una radiocronaca di una partita di Coppa Italia tra Campobasso e Fiorentina ma, colpito da un’influenza, non ce la fece ad arrivare e da Roma chiesero alla mia redazione se c’era qualcuno che poteva sostituirlo. A quel punto, per qualche ragione, la scelta ricadde su di me e in quel momento cominciò tutto”.
Ha avuto la fortuna di entrare in una Rai con grandi maestri come Luzzi, Ciotti, Ameri e tanti altri: tra tutti questi da chi ha rubato di più per il suo lavoro?
“Scegliere uno è letteralmente impossibile. C’erano Sergio Zavoli, Ezio Luzzi, Sandro Ciotti, Enrico Ameri, Alfredo Provenzali, Roberto Bortoluzzi, Mario Giobbe e più avanti Massimo De Luca. Francamente è difficile sceglierne uno, per fortuna ho avuto maestri così grandi e da tutti loro ho potuto rubare qualcosa. All’epoca la Rai era davvero una fucina di maestri e talenti”.
Prima la radio era l’unico mezzo di veicolazione del calcio, ora invece la fruizione è prettamente per immagini: come sono cambiate le radiocronache negli anni e in che modo le telecronache hanno attinto dall’esperienza dei radiocronisti?
“Fino alla fine degli anni ’80, primi ’90, “Tutto il calcio minuto per minuto” era l’unica trasmissione che poteva raccontare in diretta le partite del nostro campionato e con gli ascoltatori che si sintonizzavano su Radio 1 e Radio 2 – perché c’è stato un periodo nel quale la trasmissione andava in onda su entrambe le reti radiofoniche – raggiungevi i 20/25 milioni di ascoltatori. E’ chiaro quindi che era centrale la radio ed era l’unico mezzo che ti consentiva di seguirle simultaneamente, anche all’interno dello stadio stesso. L’avvento della televisione poi ha cambiato un po’ tutto; debbo dire che in questo momento la radio mantiene ascolti molto elevati, non tutti possono sostenere i costi altissimi delle televisioni e per questo la radio va a colmare questo deficit economico. Si tratta davvero di servizio pubblico, non raggiungiamo i 25 milioni di un tempo ma ci sono ancora milioni di ascoltatori sintonizzati su Radio 1. Il linguaggio televisivo vuole mutuare quello radiofonico, la televisione ha accentuato una disabitudine al silenzio”.
A lei capita ancora di seguire partite via radio?
“Certamente, sì. Anche perché molti dei radiocronisti attuali li ho lanciati io e mi piace ascoltarli nelle loro radiocronache. Poi, ovviamente, mi capita di vedere le partite in televisione”.
Da un punto di vista tecnico del racconto, ci sono squadre che l’hanno messa più in difficoltà per il gioco che esprimevano?
“Ho sempre sostenuto che il contropiede è il tipo di calcio più facile da raccontare, è facile, bello, entusiasmante. Quando, invece, ho dovuto raccontare il Barcellona di Guardiola, che aveva completamente cambiato la percezione del calcio, mi sono immediatamente reso conto delle difficoltà che avrei dovuto affrontare. Quella era una squadra che toccava la palla quaranta volte in venti metri, aveva un possesso palla esasperante, toccavano la palla tanti giocatori nel giro di pochi secondi e soprattutto in uno spazio molto stretto. Mi sono dovuto allenare prima di fare la prima radiocronaca; in televisione guardavo il Barcellona, registravo le partite e tentavo di fare radiocronaca per cercare di adattare il mio linguaggio a quel tipo di gioco. La narrazione del tocco di palla, citando solamente i giocatori coinvolti, sarebbe stata estremamente noiosa e dovevo trovare degli escamotage. Bene, il Barcellona è stata la squadra più difficile per me da raccontare”.
Lei ha dichiarato la sua fede laziale al termine della sua ultima radiocronaca, ed è facile intuire il perché. Allargando lo sguardo, però, perché secondo lei c’è una certa ritrosia tra i personaggi noti di esternare il loro tifo per la Lazio?
“Voglio essere molto chiaro: questa ritrosia non mi appartiene assolutamente. Io sono orgogliosamente laziale, lo sono stato fin da bambino e sono stato un ragazzo di curva. Andavo in trasferta quando la mia Lazio non era certamente quella attuale e faceva su e giù tra A e B, sono stato in posti incredibili e disagiati, torpedoni d’epoca nei luoghi più lontani da Roma per seguire la mia squadra del cuore in Serie B. Ho invaso il campo di gioco dell’Olimpico per una promozione in Serie A quando c’erano giocatori come Peppinello Massa e tanti altri, quindi non mi appartiene assolutamente questa ritrosia.
Sono abbonato in curva, ci tengo a sottolinearlo, sono tornato lì dove è tutto cominciato e ripeto che sono orgoglio di essere laziale. La Lazio è una squadra gloriosa, ha una storia straordinaria, abbiamo portato il calcio a Roma, non c’è ragione per vergognarsi di ciò. E’ chiaro però che quando sono entrato in Rai ho dovuto dimenticare la mia fede laziale perché dovevo raccontare il calcio a tutti. Questo per me è un tema molto attuale anche alla luce di quello che è avvenuto recentemente nella redazione sportiva di Sky, e vorrei sottolinearlo: non c’è giornalista di calcio che non possa definirsi tifoso, ma quando si fa questo mestiere bisogna dimenticare di esserlo”.
C’è una Lazio a cui lei è più legato?
“Quella di Maestrelli, quella del 1974. Ero in curva anche in quella occasione, sentivo Ameri raccontare Lazio-Foggia, e guardate che per un laziale della mia generazione immaginare soltanto che potessimo vincere lo scudetto era qualcosa di impensabile. Quel giorno per noi si coronò un sogno che non soltanto non si era mai potuto immaginare, ma si andò oltre. La Lazio con lo scudetto sul petto fu qualcosa di straordinario e quei giocatori lì sono diventati dei miti assoluti, che poi ho conosciuto. Marinavo la scuola e l’università per andare a Tor di Quinto a vedere gli allenamenti, gridavo “Giorgio Giorgio” con la speranza che Chinaglia si voltasse e una volta è successo”.
Che giudizio dà di questo avvio di stagione della Lazio? Se lo aspettava così?
“Campionato complicato e difficile, ma quello che sta succedendo è straordinario. Vedo una squadra con voglia, grinta, che combatte con cuore nonostante i molti limiti che ha. Debbo dire che il grande lavoro di Sarri è stato proprio questo, trasmettere il grande senso di appartenenza ai ragazzi e soprattutto di convincerli che comunque le difficoltà potevano essere affrontate e superate. La risposta sul campo è stata incredibilmente alta, sono contento del rendimento della squadra e lo sono ancora di più della passione dei tifosi biancocelesti. C’è un’unione incredibile”.
Il rapporto tra Lotito e i tifosi sembra essere giunto a un punto di non ritorno, la frattura è quasi insanabile: crede che il presidente possa e debba fare un passo indietro?
“Non so cosa voglia fare il presidente Lotito e non so se ci siano imprenditori italiani o stranieri disposti ad acquistare la Lazio. C’è da dire che ci sono due elementi che quest’anno hanno inasprito la contestazione dei tifosi nei confronti del presidente e debbo dire giustamente. Il primo, diciamoci la verità, è che siamo stati ingannati su un elemento fondamentale come la solidità finanziaria della società. Improvvisamente non siamo stati in grado di fare neanche un acquisto quest’anno, l’unica squadra in Serie A che non può fare mercato ed è la prima volta che è stata applicata una regola così severa. Il secondo elemento, che agli occhi di molti tifosi – e anche ai miei – appare molto grave, è che Sarri non sia stato avvisato di quello che stava succedendo. Questo è un inganno di cui è stato vittima Sarri, grandissimo signore a essere rimasto sulla panchina biancoceleste. Detto ciò, in ogni caso, non dobbiamo dimenticare questi 21 anni. Lotito ci ha salvato dal fallimento, ha portato a Roma diversi trofei e ha reso questa squadra in molte occasioni estremamente competitiva”.
Ieri (5 novembre, ndr) è stato il compleanno di Vincenzo D’Amico, gloria e bandiera laziale: ha qualche aneddoto legato a lui?
“Vincenzo D’Amico l’ho conosciuto quando sono entrato nel mondo del giornalismo e ci siamo conosciuti bene quando lui ha smesso di giocare, divenendo anche buoni amici. Ho un grande affetto anche nei confronti del figlio, Matteo, e per me D’Amico ha rappresentato l’emblema di quella Lazio. Nella mia stanza, e Vincenzino lo sapeva benissimo perché glielo raccontai, campeggiava un suo poster. Per me lui è stato veramente l’emblema di quella squadra, gli ho voluto un bene dell’anima da tifoso e soprattutto dopo quando ci siamo conosciuti e abbiamo avuto la fortuna di lavorare insieme in alcune partite. E’ stato il laziale più laziale di tutti. Non dimenticherò mai quando qualche collega gli domandò il perché non avesse messo in mora la Lazio che versava in condizioni finanziarie disastrose e lui, nel rispondere, guardò il giornalista e disse: “Io? Contro la Lazio? Ma io sono laziale”. Ecco, questa fu una risposta straordinaria di un uomo che disse sempre “io non volevo fare il giocatore di calcio, ma il giocatore della Lazio”.
Terminiamo con un pronostico: come finisce Inter-Lazio?
“Sarà una partita difficilissima, è impossibile fare un pronostico. So perfettamente che la Lazio dovrà faticare molto, non voglio dire che sarà una vittima predestinata perché alla fine le due partite con Atalanta e Juventus hanno dato risposte importanti, ma il divario è enorme. Non dimentichiamo, infine, che la Lazio sta giocando senza 6 giocatori titolari”.
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di Claudio Troilo
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