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“Tata” Gonzalez: “Penso spesso alla Lazio. Sicuramente la squadra più forte con cui ho giocato”

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LAZIO GONZALEZ INTERVISTA – Tempo di amarcord in casa Lazio. Sulle colonne di Gazzetta.it, El Tata Gonzalez ha rilasciato una lunga intervista parlando del suo rapporto con la Roma biancoceleste e dei suoi anni con l’aquila sul petto. Giocatore versatile, utilizzato nella gestione Petkovic in numerosi ruoli. Ecco le sue parole.

I ricordi

“Penso spesso agli anni più belli della mia carriera, alla squadra più forte in cui ho giocato. Alla Lazio devo tutto: la Copa America vinta nel 2011, la Serie A, la Coppa Italia conquistata nel 2013. Arrivai come uno sconosciuto, col tempo sono diventato un titolare, conquistando l’amore dei tifosi”.

Il motorino del centrocampo

“Mi chiamano ancora così. Ogni tanto torno a Roma, ho lasciato molti amici, persone che mi hanno aiutato a vivere la quotidianità. Per questo, a vedere le immagini di una città vuota, divento triste. In Uruguay la situazione è diversa, hanno fermato il calcio ma non c’è lo stato d’allarme con in Italia. La quarantena non è obbligatoria”.

Possibile ritorno in Italia

“Ho 35 anni, sto bene, in estate mi hanno cercato Crotone e Lecce, ma non se n’è fatto nulla. Posso ancora dire la mia”.

Il soprannome Tata

“In Uruguay. Un mio ex compagno del Defensor iniziò a chiamarmi così perché da ragazzino avevo già la voce da ‘viejo’. Me lo porto dietro tuttora, vuol dire il Saggio, ma resto affezionato al ‘motorino’. Rispecchia il modo modo di giocare, ‘garra’ e quantità”.

La Lazio di Reja

“Che ricordi (sorride ndr). Arrivai ad Auronzo con Pablo Pintos, era il 2010. Eravamo in prova, a fine allenamento tiravamo le punizioni e ci sfidavamo nell’uno contro uno. Alla fine convinsi Reja a tesserami”; è stato il primo a darmi fiducia, aveva personalità. All’inizio fu dura, il calcio italiano è molto tattico e faticai un po’, giocavo poco. Poi andai da lui, gli dissi che ero pronto, che pur di giocare avrei fatto anche il terzino o il centrale di difesa. Reja rimase colpito”.

Gestione Petkovic

“Fu un anno storico (2012-13, ndr), chiuso con la vittoria della Coppa Italia contro la Roma. Qualche giorno dopo, vedendo i tifosi ancora in festa, realizzammo ciò che avevamo fatto. Ricordo ancora la festa a Ponte Milvio con tutti i tifosi, quell’anno fu il migliore della mia carriera. E le dirò di più: se non fosse stato per lo stadio chiuso e alcuni errori arbitrali, avremmo potuto dire la nostra anche in Europa League. Invece uscimmo ai quarti contro il Fenerbahce. Una gara maledetta. Avevamo un bel gruppo, Klose era un campione. A fine allenamento si fermava a raccogliere i palloni, un modello”.

La Lotta Scudetto della Lazio di Inzaghi

“Devono crederci, perché no? Sono lì…”.

L’addio alla Lazio

“Sì. Pioli portò Parolo e diede fiducia a lui, fa parte del gioco. Se fossi rimasto avrei potuto continuare, ma volevo restare nel giro della nazionale uruguaiana, e per farlo dovevo giocare. Così andai via in prestito, prima sei mesi al Torino e poi un anno all’Atlas, in Messico. Non rientravo più nei piani della società. Non me lo meritavo. Ho solo bei ricordi, quando parlo di Lazio mi emoziono ancora, ma quella resta una ferita aperta. Negli anni ho detto no a diverse offerte per restare alla Lazio, rimasi deluso. Anche se Tabarez mi convocava lo stesso, nonostante fossi fuori rosa…”.

La vittoria della Copa America

“Quel trofeo resterà per sempre, Tabarez ci unì. Sapevamo che avremmo vinto, avevamo uno squadrone. Muslera, Cavani, Suarez, Godin, Forlan, Lugano. Sono felice di vedere Godin in Italia, è ancora fortissimo. E nel 2014, senza la squalifica di Suarez per il morso a Chiellini, avremmo potuto vincere il Mondiale, dico sul serio. L’assenza di Luis pesò molto, mentalmente eravamo a terra e uscimmo con la Colombia. Con lui in campo, chissà dove saremmo arrivati”.

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