ESCLUSIVE
ESCLUSIVA, Toni D’Angelo: “Laziale grazie a mio papà Nino. Con la Lazio fu colpo di fulmine, essere romanisti è troppo semplice…”
Regista, sceneggiatore, grande tifoso della Lazio e figlio del cantautore napoletano Nino D’Angelo. In esclusiva ai nostri microfoni di Lazionews.eu, Toni D’Angelo si è raccontato con autenticità e verità. Dal delizioso film documentario su suo papà, dal titolo “Nino 18 giorni”, fino al racconto di come è nata e si è sviluppata la sua fede biancoceleste. Una chiacchierata piacevole, densa e ricca di aneddoti e curiosità: buona lettura.
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Le parole di Toni D’Angelo nell’intervista esclusiva a Lazionews.eu
Partiamo dal delizioso docufilm che hai diretto su tuo papà, “Nino 18 giorni”, un meraviglioso viaggio sulla paternità, sul rapporto padre-figlio e indagato dallo sguardo di un figlio sul proprio padre. Ecco, da dove nasce l’esigenza di fare un film del genere? Qual è la genesi?
“Lo ha chiesto lui a me perché era la conseguenza di una serie di incontri con altri registi che volevano fare un film sulla sua vita, ma alla fine non andavano d’accordo. Questo perché si toccavano punti della sua vita che non voleva fossero strumentalizzati a fini retorici, come per esempio la camorra o il bambino che poteva diventare criminale e non lo è diventato. Lui è molto geloso della sua vita, per cui ha insistito affinché lo facessi io. Il mio problema era come farlo, come raccontarlo; poi però sono riuscito a trovare questa chiave interpretativa. Ovvero sia dal punto di vista di un figlio che racconta Nino non come icona pop e cantautore napoletano, ma come un padre che ha avuto una vita travagliata ma bella, e quindi analizzare la sua vita attraverso la mia. A quel punto, quindi, attraverso il mio i-phone sono riuscito a tracciare questa narrazione”.
Nel film si scorge bene questo doppio binario di una crescita in parallelo tra te e tuo papà: ecco, quanto è stato difficile e ingombrante per te essere figlio di Nino D’Angelo in quegli anni e in quella Napoli?
“Guarda io sono stato a Napoli dalla nascita fino ai 5 anni e probabilmente sono stati gli anni più difficili della mia vita. Li ho vissuti davvero male, poi quando sei così piccolo non ti rendi neanche granché conto molto bene. Sai che tuo papà canta, che è famoso e non è come tutti gli altri, però allo stesso tempo non capisci perché tu sei sempre considerato il figlio di. Da piccolo non te lo spieghi e quindi per me è stata durissima a Napoli. Nel documentario lo racconto, per me venire a Roma è stata la più grande liberazione della mia vita. Mi sento molto romano, qui sono riuscito anche a nascondere questa mia identità, ho sempre cercato di nasconderlo non per vergogna ma perché volevo essere considerato come tutti gli altri. Crescendo mi sono ribellato, mi sono allontanato dalla sua figura, dal suo gusto musicale fino a che sono diventato grande e sono riuscito a capirlo. E’ stata un percorso di crescita bellissimo, tanta differenza ma è stato bellissimo”.
Questo documentario che immagine ti ha restituito di Napoli? Qual è ora il tuo rapporto con la città?
“Il mio rapporto con Napoli è ottimo, molto più maturo, poi sai col tempo determinate cose le capisci. Quelle persone che mi infastidivano prima, ora le declini in maniera completamente diversa. Mio papà da piccolo lo volevo tutto per me, era difficile capire la cifra pubblica di mio padre, poi col tempo ti rendi conto di tutto. Ho capito che in quel momento storico Nino D’Angelo era il riscatto di un popolo intero, proprio come Maradona per il calcio. E’ stato motivo di riscatto e vanto per persone che non pensavano di arrivare così lontano”.
Qual è stato, proprio da un punto di vista narrativo, il momento più difficile da raccontare?
“Sicuramente quando andiamo fuori la casa dove ci spararono a causa del pizzo. A parte che è avvenuto in maniera automatica, cioè andammo lì non per raccontare questo ma perché giravamo e così nacque spontaneamente, poi mi ha parlato di cose che conoscevo ma che lui direttamente non mi aveva mai raccontato. Io e mio papà, di questa storia, non ne avevamo mai parlato e questa è la cosa davvero più straordinaria”.
Per tuo papà com’è stato vivere da napoletano a Roma? Come l’ha vissuta nel corso degli anni?
“Mio papà l’ha vissuta male, malissimo. Chiaramente lui è stato portato via, è dovuto scappare. Da quello che mi ha detto, lui sarebbe voluto rimanere ma è stata mia mamma a voler andare via. Poi mio papà, essendo molto unito con mia mamma, ci ha seguito. Per lui ha rappresentato una delusione profondissima, si è sentito tradito dalla sua terra anche se ovviamente quelle persone lì non erano rappresentanza di nulla. Mia mamma invece era arrabbiata, terrorizzata, aveva sentimenti completamente diversi. Di questo però ne abbiamo parlato in età adulta, io prima non sapevo nulla. Per me era normalissimo, io pensavo fossimo venuti a Roma per un semplice cambio di vita. Sono stati bravissimi loro a nascondermelo”.
Tu lo hai presentato fuori concorso a Venezia e il riscontro della critica è stato davvero esaltante: te lo aspettavi? Ti eri immaginato un feedback così positivo?
“Questo è vero e sono molto contento. Non lo pensavo minimamente, tra l’altro è un film che viene dopo una serie di film che mi avevano un po’ deluso. L’ho fatto con tutto il cuore ma mai immaginavo che potesse avere un riscontro così positivo”.
La forma espressiva del documentario è quella che trovi più affine a te per raccontare? Ti trovi più a tuo agio?
“La cifra che mi è più congeniale, a dire il vero, è quella della finzione, però devo dire che quando faccio documentari mi diverto proprio. C’è una libertà completamente diversa, puoi cambiare le cose, non sei imbrigliato in una sceneggiatura e quindi ti lascia molto più spazio. Mi ritrovo diciamo nel cinema d’autore, quello più libero dalla struttura meccanica della sceneggiatura. Poi è chiaro che il mio cinema è un misto, sta forse nel mezzo ma questo non lo devo dire io”.
Ma veniamo a noi: con un papà così napoletano e radicato nella cultura partenopea, come sei diventato laziale?
“Io quando vengo a Roma mio papà giocava nella Nazionale Calcio Attori, quindi con Montesano, Verdone e molti altri. A loro regalavano abbonamenti di Lazio e Roma, all’epoca noi stavano in Serie B, e mio padre scelse la Lazio perché la domenica giocava il Napoli e così lo poteva seguire. A me portava all’Olimpico a vedere la Lazio e per me è stato amore a prima vista. E’ difficile da spiegare ma è stato un amore immediato, colpi di fulmine. Poi sono stato sempre un po’ ribelle e a me sta cosa di vedere lo stadio strapieno con la squadra in Serie B mi faceva impazzire. In una città come Roma, poi, è anche una scelta anticonformista. Tifare per la Roma è troppo semplice, e per me è stato semplicissimo diventare laziale. Siamo una minoranza di alto livello”.
Qual è la Lazio a cui tu sei più legato in assoluto?
“Sicuramente la Lazio di Cragnotti però ti dico che sono legato molto a Beppe Signori. Giocatore pazzesco, mi faceva impazzire, stavo le ore a tirare punizioni e rigori come lui”.
Come vedi, invece, il punto di rottura tra tifoseria e presidente Lotito? Sembra davvero che il tifoso laziale non possa sognare più…
“La vedo nera, purtroppo. Però io tifo la Lazio a prescindere, cerco di non pensare al presidente. Poi è chiaro che ci sono stati momenti belli, anche con Inzaghi, che se non c’era il Covid credo che vincevamo lo scudetto. In ogni caso credo che il problema principale sia di comunicazione; basterebbe dire che c’è un problema economico, con massima umiltà, e il tifoso laziale capirebbe. Se però parli in quel modo, ti poni ostile nei toni e nei modi, ti metti contro tutti. Certo, ci poteva andare anche peggio se fallivamo, ma comunque ora è così”.
Secondo te, invece, dai personaggi noti e tifosi laziali, perché c’è una certa ritrosia – soprattutto in una città come Roma – nel dichiarare la loro fede biancoceleste?
“Io invertire la domanda: perché sono tutti romanisti e prima erano juventini e interisti? La verità è che nell’ambiente essere della Roma vuol dire avere lavoro. Ti assicuro che conosco attori strafamosi che prima erano interisti e magari arrivavano dalla Lucania, poi una volta approdati a Roma si scoprivano romanisti da sempre. A me capita di stare con dieci romanisti e a volte manco parlo, ma la verità è che il laziale è un tifoso vero sempre. Essere della Roma è troppo facile, è davvero troppo facile. Il romanista è anche più sborone, infatti io da piccolo non potevo sopportare nessuno (ride, ndr). Quando vedi che tutti seguono il trenino, allora decidi davvero di stare dall’altra parte”.
Finiamo con un ricordo personale: qual è l’allenatore della storia della Lazio a cui sei più legato?
“Senza dubbio Sven-Göran Eriksson. Non solo perché è stato l’allenatore che ci ha fatto vincere, ma proprio per tutto quello che ha rappresentato. Anche il finale che ha avuto è stato da grande uomo, mi è piaciuto molto. Devo dire però che apprezzo molto anche Sarri. Mi piace quello che dice, come lo dice, è bello che lui veda in Maestrelli un punto di riferimento, è davvero importante che ci sia in panchina qualcuno che dica e pensi queste cose. E’ davvero bello che dica queste cose, fanno bene a ogni tifoso laziale”.
di Claudio Troilo
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