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Sergio Borgo: “Ricordo l’Olimpico: da pelle d’oca. Ecco perché Re Cecconi mi chiamava il Professore”

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Sergio Borgo in primo piano

Lo definisce semplicemente «calcio». Il culmine di un «succedersi di eventi che solo la gestione illuminata di un allenatore raffinato come Tommaso Maestrelli ha saputo indirizzare allo Scudetto». Sono passati 50 anni da quando la Lazio alzò al cielo di Roma il primo titolo della storia. In quella squadra, entrata nella leggenda dalla porta principale, militava anche un giovanissimo Sergio Borgo. Il 12 maggio 1974 sedeva in panchina. Vide lo stadio Olimpico riempirsi di bianco e celeste. Sentì le indicazioni del “Maestro” e esultò al rigore trasformato da Giorgio Chinaglia.

Scudetto ’74: l’intervista a Sergio Borgo

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Borgo, quali memorie ha di quei momenti concitati e felici?

«Ho vissuto in diretta il bello del calcio. Ricordo l’Olimpico: nessuno poteva esimersi da avere la pelle d’oca. Era tutto particolare, anacronistico. La definirei una follia organizzata. È stato un susseguirsi di eventi che solo la gestione illuminata di un allenatore come Maestrelli, raffinato e delicato, poteva indirizzare verso l’obiettivo».

Cosa è stato per lei il “Maestro”?

«Direi un padre, ma sarebbe scontato. Mi ha saputo leggere, in tutto e per tutto. Stava tessendo la tela per consegnarmi un ruolo più significativo. Ero uno degli idoli dei suoi figli. Massimo l’ho sentito anche di recente: ogni tanto riverniciamo il rapporto che avevamo».

Poi arrivò l’infortunio.

«La notte di Spalato interruppe parzialmente il mio sogno. Il tecnico organizzò un’amichevole: sfortunatamente mi ruppi il perone e la possibilità di entrare nelle rotazioni per la titolarità».

Rimane, però, la vittoria dello Scudetto. Cosa significa per lei la Lazio?

«A 19 anni non facevo calcio, non mi allenavo. Il mio cammino è stato atipico. Devo dire grazie a Maestrelli: assistette alla finale del torneo di Viareggio tra Lazio e Fiorentina, nella quale giocai benissimo. Sapevo di giocarmi la possibilità di partire con i grandi. Dopo è stato come fare l’università senza passare dal liceo: la settimana seguente all’esordio in Lazio – Cesena sono stato a letto con 40 di febbre. Non riuscivo a crederci: giocavo con Chinaglia, che fino a qualche mese prima avevo visto solamente sui giornali».

A proposito, com’era Long John?

«Era l’ottavo re di Roma. Di Giorgio ho un ricordo chiaro. Quando partì per la seconda volta, gli regalammo un piatto d’argento con tutte le firme. Eravamo a tavolo, avevamo appena finito di mangiare e Wilson glielo consegnò. Chinaglia si alzò in piedi per ringraziare, provò a dire qualcosa ma la voce si ruppe. Non riusciva, era troppo emozionato. Questa situazione è durata per qualche minuto: è stato un momento bellissimo. Questo era lui».

Lo spogliatoio, invece, era davvero diviso in due?

«Sì, qualcosa di incredibile. Perché la domenica eravamo una falange: tutti contro gli avversari. Guai a chi toccava i nostri compagni».

E se dovessimo ricordare un aneddoto?

«Ero il calciatore giovane invitato più spesso al salotto in fondo al pullman della Lazio».

Perché Luciano Re Cecconi la soprannominava “Il Professore”?

«Sono miope, porto gli occhiali: giocavo con le lenti a contatto. E poi usavo vestire la cravatta, leggo e leggevo Pavese e non usavo intercalari. L’esatto contrario di quello che si poteva trovare a Roma, la capitale del vizio. Ma fu un episodio a ufficiliazzare il nomignolo».

Quale?

«Un giorno Chinaglia mi fermò e mi disse: “Pensavo mi prendessi in giro, invece tu sei così: mi chiede sempre per favore per tutto”. Re Cecconi lo sentì e da lì iniziò chiamarmi professore. Mazzola, invece, mi soprannominava “l’ispettur”. Comunque, ripeto: per me Giorgio era un idolo. Prima lo vedevo sul giornale, poi mi sono seduto vicino a lui in ritiro».

Daniele Izzo

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