IL MESSAGGERO (D.Magliocchetti) – Da dottore, come veniva apostrofato in Svizzera, a mister a signore. Vladimir Petkovic anzi, il signor Vlado, come lo chiama qualche giocatore all’interno in segno di gran rispetto, ha conquistato la Lazio. Sono bastati una ventina di giorni per assimilare non solo una nuova filosofia, ma soprattutto un nuovo modo di concepire il lavoro sul campo e non solo. Non che il tecnico croato si sia inventato qualcosa di incredibile, ma il suo modo di fare, semplice e a tratti duro, ha fatto breccia nella squadra. E forse mai come stavolta. Sarà per la stretta di mano che pretende ogni mattina da tutti, giocatori e dirigenti, o per la voglia che mette e riesce a trasmettere in ogni singolo esercizio o per quel suo sguardo che, se vuole, ti gela, basta chiedere al team manager Manzini e al suo telefonino finito in un istante nella brocca dell’acqua, ma Petko è già diventato il padrone. Regole chiare e precise, modo di comunicare con i giocatori quasi innovativo, soprattutto diretto e con ognuno diverso, e di imporre una certa disciplina che, forse, un po’ mancava. E poco importa della pessima chiusura del ritiro d’Auronzo con le due sconfitte consecutive con Siena e Torino. Entrambi gli stop non hanno minimamente scalfito l’immagine del tecnico biancoceleste all’interno dello spogliatoio. Anzi, più passano i giorni e più cresce la stima nei confronti di questo tecnico.

[…….]Un gruppo, quello laziale, rimasto praticamente lo stesso da anni, non facile da gestire, e qui basta chiedere ai vari Delio Rossi ed Edy Reja per non parlare di Ballardini. Da anni dentro la Lazio ci sono diverse anime, ognuna delle quali ha le proprie idee e capita a volte, come succede in tante altre squadre o ambienti, che ci siano dei piccoli contrasti. Dagli argentini, agli uruguaiani, ai brasiliani e tutti gli altri sono rimasti colpiti dal signor Vlado e dalla sua maniera di intendere il calcio. Già perché ad Auronzo sembra siano andate in scena delle vere e proprie lezioni sul pallone e soprattutto sulla tattica. Mai fatta come in queste tre settimane. In modo assillante, ma mai pesante. Giocatori esperti come Dias, ad esempio, hanno cominciato a imparare, ed è proprio il caso di dirlo, sincronismi e piccoli accorgimenti che possono fare la differenza, senza tener conto di quanto accaduto con Siena e Torino. Al centrale brasiliano, come agli altri del resto, è stato chiesto di prendere il pallone, darlo rasoterra in profondità e mai, ma proprio mai, lanciarlo. E una volta fatto questo, fare un cenno o un segnale ai compagni per correre dieci-quindici metri più avanti e restare vicini ai centrocampisti e supportare. Sempre e comunque. Una cosa banale, che fanno tutti, probabilmente, ma Andrè non l’aveva mai fatto, né quando giocava in Brasile, né con Reja. Prima era abituato a giocare il pallone, restare fermo o avanzare di uno o due metri, non di più. Questo è solo un piccolo aspetto per capire quello che sta succedendo alla Lazio. I giocatori, dal più forte in giù, hanno la netta sensazione che con lui ognuno potrà migliorare e dare il meglio. Hernanes e compagni hanno capito che Petko sa già come prendere ognuno di loro. I giovani sono stati i più martellati, con Kozak, Rozzi e Onazi che sono tornati indietro di qualche anno a fare i fondamentali.

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