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ESCLUSIVA LAZIONEWS.EU – Storico, fin troppo si è abusato e si continua ad abusare di questo aggettivo, di questo termine che dovrebbe circondare un evento di un alone di immortalità, quasi di sacralità. La data del 31 marzo 1974 però questi crismi li possiede tutti, per la giornata in sé, per quello che si portava dietro e per quello che poi avrebbe generato. E’ il derby di ritorno, Roma-Lazio dopo la vittoria biancoceleste in rimonta a dicembre che coincideva anche con il terzo scontro diretto vinto consecutivamente contro i giallorossi . Lazio in testa alla classifica verso uno scudetto che l’anno prima gli era stato negato da qualcosa, magari i tanto celebrati dei del calcio, o forse da qualcuno. Sta di fatto che quella stracittadina era carica di significato, dopo il contestatissimo gol di Chinaglia, che ad inizio gara si diverte con i tifosi avversari sporgendo la testa o il piede dal tunnel in segno di sfida. “Quella squadra non aveva bisogno di essere caricata di più, bastava già quello che c’era in cuor nostro. Poi è il derby, non c’è bisogno di caricarsi o dell’aiuto di qualcuno dal momento che basta solo ricordarsi chi avevamo davanti. E’ quello che deve bastare alla Lazio domenica: è il derby, non è una partita come le altre”. 

Intervistato in esclusiva dalla redazione di Lazionews.eu Vincenzo D’Amico, nel giorno del suo 61esimo compleanno, inizia a raccontare. Per il 19enne di Latina quella sfida di dicembre era rimasta stregata, un Natale amaro e senza regali. Saltato dal proprio avversario nel gol romanista ma soprattutto colpito alla mascella fino all’amnesia, lo stato confusionale e la crisi nello spogliatoio che lo costrinse ad uscire. Vincenzino aspettava e bramava il riscatto che puntualmente arrivò, se lo prese come solo chi è baciato dal talento può fare. “Fu un derby particolare perchè segnai e vincemmo anche, quindi vincere, con la Roma e fare un gol sono tre soddisfazioni in una. All’andata ero uscito perchè avevo preso una gomitata in bocca e avevo avuto dei problemi; infatti quella partita per me è stata da mettere nel dimenticatoio. Aspettavo con ansia quella partita, quel derby di ritorno, per prendermi la rivincita non solo su Negri che mi fece il fallo, ma su tutta la Roma”.

Il destino offre a Vincenzo proprio ciò di cui aveva bisogno: punizione di Frustalupi, respinta sui piedi di Chinaglia che tira al volo ma viene ribattuto e D’Amico si trova al posto giusto al momento giusto per ribadire in rete. Esultanza e gioia incontenibile, braccia al cielo, dopo gli infortuni che volevano metterlo al tappeto e le tante aspettative, finalmente tutto viene ripagato. Ne è valsa la pena attendere. Poi la rimonta si completa, ci pensa Long John su calcio di rigore. Tante anche qui le proteste, con un’invasione di campo da parte di un tifoso giallorosso che ritarda tutto quanto. Forte e centrale, Lazio in vantaggio ed è l’apoteosi, si scatta qui la fotografia forse più bella della storia biancoceleste: Giorgione Chinaglia, sprezzante di tutto e di tutti, scaglia il pallone verso la curva sud giallorossa e va ad esultare col dito destro alzato con fierezza e grandezza. Dai settori dei romanisti arriva di tutto in campo, la partita viene sospesa di nuovo da Lo Bello. “Ci tirarono di tutto, ma quello che ricordo benissimo è ovviamente l’esultanza di Chinaglia e lì nacque la storia. Io segnai sotto la Sud e e poi andai ad esultare insieme a Giorgio quando alzò il dito al suo gol. Lì allora cominciò a piovere di tutto. Fu la quarta vittoria di fila contro la Roma, ma tutta quella squadra è nella storia, tutto quello che succedeva in quella squadra ne entrava a far parte. Quel poker è stato importantissimo nel raggiungimento del terzo posto nel ’73 e nello scudetto del ’74”. Una vittoria che diede lo slancio definitivo per lo scudetto. “Quella fu una bella ‘botta’ per tutti quanti, la Juve sperava in un passo falso da parte nostra e noi invece vincendo quella partita ci siamo riproposti come maggiormente accreditati per la conquista del titolo. Le vittorie in quei derby arrivarono anche in rimonta, era una squadra che aveva carattere e lo dimostrava anche in quei frangenti”.

Da contraltare a quelle grandi vittorie però fece la caduta libera della Lazio, tra la malattia di Maestrelli, la morte di Re Cecconi, l’addio di Chinaglia e qualcosa che forse si era spezzato. Rimpianti? Nel ’73 allo scudetto ci andammo davvero molto vicini ma lo conquistammo l’anno dopo. Io il rimpianto ce l’ho per quello che non è stato dopo, dove non ci sono stati i risultati che quella Lazio meritava, si è fermata allo scudetto e poi è andata sempre più giù. E’ una squadra che è durata troppo poco. Sono molto legato alla stracittadina del ’74, ma lo sono anche a quella dell’84 in cui feci due gol, importantissimi perchè lì invece ci dovevamo salvare. E pareggiammo contro una Roma campione d’Italia che poi giocò la finale di Coppa Campioni, mentre noi eravamo senza Giordano. C’erano tutti i presupposti per prendere la bastonata e invece stavamo per dargliela noi. Io trascinatore? Credo che un giocatore non fa mai la squadra, ero io con gli altri. Da solo non avrei potuto raggiungere i risultati che invece abbiamo raccolto tutti insieme. Anche di Chinaglia si parlava come trascinatore assoluto, ma lui non ha vinto da solo: aveva una squadra. Tutti i grandi campioni ne hanno bisogno”.

La rimonta e la vittoria in quel derby però, il riscatto di D’Amico e quel dito che riecheggerà per l’eternità sono incancellabili. Il 31 marzo 1974 vince la Lazio, che esce dal terreno di gioco tra gli scudi della polizia, mentre ghigna D’Amico, ghigna Chinaglia e con loro la storia della prima squadra della capitale. 

Francesco Iucca
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