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Di Lazio si innamorò inguaribilmente: il ricordo di Umberto Lenzini

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LAZIO UMBERTO LENZINI RICORDO – Trentacinque anni esatti sono passati dalla scomparsa di una delle stelle più brillanti del firmamento biancoceleste. Il 22 febbraio 1987 Umberto Lenzini morì a Roma all’età di 75 anni. Da allora il ricordo si è mischiato alla leggenda per chi, dopo anni bui, portò la Lazio sul tetto d’Italia. Per chi del bianco e del celeste si innamorò inguaribilmente.

Umberto Lenzini e la Lazio: ricordi di anni meravigliosi

Era il 18 novembre 1965 quando Umberto Lenzini e la Lazio incrociarono lo sguardo per la prima volta. Fu amore a prima vista. Dopo esser entrato, più di un anno prima, nel Consiglio d’amministrazione della società, venne eletto Presidente della S.S. Lazio. Istrionico amante del calcio, vulcanico e al contempo imprevedibile, Lenzini consegnò alla storia biancoceleste alcune tra le più belle annate di sempre, nonché episodi degni di ricordo. Sebbene la critica del tempo lo paragonò infatti a “un elefante in una cristalleria” per le mosse nel fragile limbo pedatorio italiano, lui preferì sempre la passionalità al denaro. Rifiutò l’aiuto di Boniperti in cambio di Chinaglia; chiuse la porta a Buticchi, allora presidente del Milan, con un assegno in bianco pronto per ‘Long John’; e ancora ricusò di cedere Manfredonia e Giordano alla Sampdoria del magnate Mantovani. Insomma, proprio come un padre fa con i figli, non si volle staccare da chi, nell’alveo della sua gestione, rese grande la Lazio portandola per la prima volta sul tetto d’Italia.

Dalla Serie B allo Scudetto: la Lazio di Lenzini

E pensare che l’avventura biancoceleste di Lenzini da Presidente non partì certo nella maniera migliore. La squadra, già ampiamente in difficoltà nella stagione 1965/66, retrocesse l’anno seguente. Servirono due anni di cadetteria alla Lazio per assestarsi e riconquistare la Serie A grazie all’indomito spirito laziale di Lovati. In quell’estate, anche su consiglio del neo-allenatore Lorenzo, Umberto Lenzini scovò nella seconda squadra di Napoli due giocatori destinati a divenir leggenda: Giuseppe Wilson e Giorgio Chinaglia. Sotto la guida dell’allenatore argentino e con ‘Long John’ al centro dell’attacco, i biancocelesti conquistarono un ottimo ottavo posto. Tuttavia, al termine di quella stagione i rapporti tra allenatore e presidente si deteriorarono e il campionato 1970/71 fu un autentico conto alla rovescia verso un nuovo ritorno in Serie B.

La scelta di Maestrelli e lo Scudetto

La favola del primo Scudetto biancoceleste nacque lì, da un’intuizione di Sbardella subito avallata da Lenzini: Tommaso Maestrelli nuovo allenatore della Lazio. Con ‘Il Maestro’ la squadra risalì immediatamente nel paradiso del calcio italiano. Ma non solo. Grazie a una campagna acquisti ancora magistralmente gestita, Umberto portò all’ombra del Colosseo giocatori del calibro di Martini, Garlaschelli, Pulici, Frustalupi e Re Cecconi e la Lazio perse lo Scudetto solamente all’ultima giornata, sgambettata dal Napoli di Damiani. Ma l’appuntamento con la storia era solo rimandato. Il campionato 1973/74 fu infatti a senso unico e i colori bianco e celeste poterono finalmente gridare al paese intero: ‘Campioni d’Italia’.

Gli anni difficili e il saluto alla ‘sua’ Lazio

Arrivati in vetta altro non si può che scendere, dice una delle regole non scritte dell’alpinismo. E così, purtroppo, fu anche per la magica creatura della Lazio ideata e forgiata da Lenzini. Le premature scomparse di Maestrelli e del dottor Ziaco, il paradossalmente tragico episodio che vide coinvolto Re Cecconi e l’assegno al portiere del Cesena Boranga, sancirono l’inevitabile caduta di una delle squadre più leggendarie dell’intero panorama calcistico nazionale. Una caduta che risuonò fragorosa nel 1980, quando la Lazio fu retrocessa d’ufficio con l’accusa di avere addomesticato il risultato della partita con il Milan. Il 10 settembre 1980 Umberto lasciò la presidenza al fratello Aldo, concludendo a malincuore una storia d’amore intenso, cosparsa in tutto e per tutto di due colori: il bianco e il celeste.

Articolo pubblicato il 22/02/22 da DANIELE IZZO

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