Astori, parla Francesca Fioretti: “L’amore di mia figlia l’unica cosa più forte del mio dolore”

DAVIDE ASTORI – È ancora vivo il dolore che ha colpito il mondo calcistico e non solo dopo la drammatica ed inaspettata morte di Davide Astori. Il difensore della Fiorentina, lo scorso 4 marzo è stato trovato senza vita in una stanza d’albergo ad Udine che lo ospitava in vista della partita in programma con la squadra di casa: fatale un decesso cardiaco in seguito alla tachiaritmia. Oggi, la compagna Francesca, mamma della piccola Vittoria Astori, è tornata a parlare del dramma sulle pagine del Corriere della Sera.

GLI INIZI – “Ci siamo conosciuti una sera di settembre 2013. A una festa lui mi ha fermato per chiedermi come era il Vietnam, dove io ero stata come concorrente del programma televisivo ‘Pechino express’. Sembrava una strategia di “rimorchio”, ma la vita e i nostri viaggi si sarebbero incaricati di provarmi che era sincero. Quella notte mi arrivò il suo primo messaggio, si era fatto dare il numero da un amico. Mi ha scritto per un mese, ogni giorno. Lì sono tutte le nostre chat del primo periodo. Non ho la più pallida idea del perché un giorno io mi sia messa a stampare tutte le chat dell’inizio della nostra storia. Sebbene sapessi che con il tempo si potevano cancellare, non avevo davvero motivo, allora, per doverle stampare. Così iniziò il nostro amore. Poi passò dal Cagliari alla Roma, nel suo costante programmare decise che mi sarei trasferita con lui a Roma. Sapeva dei miei studi di recitazione nella Capitale, ma sapeva anche che, per lavoro, volevo tenere il mio appoggio a Milano. Alla fine ha vinto lui.La sua vita era regolare, come una linea orizzontale. La mia era rapsodica, cadute e risalite, nel lavoro come nell’umore. La nostra passione erano i viaggi. Siamo andati in India, in Nepal, in Perù, in Giappone. Andavamo come due adolescenti, treni e autobus, scoperte e meraviglia. Davide era un animo gentile, era un uomo curioso e allegro. Amava l’architettura, leggeva molto e gli piaceva scoprire quello che non sapeva, cercare ciò in cui si sentiva debole. Eravamo felici, davvero. Mi sembrava che la vita mi avesse fatta bella, con lui. Con Vittoria siamo andate questa estate a Berlino, da una mia amica. Io ho voluto fare le cose che facevamo tutti e tre insieme. Il mio desiderio più grande è quello di poter rivivere la passione che ho condiviso con lui, e che abbiamo subito voluto trasmettere alla nostra bambina: viaggiare in posti fantastici dove si possano conoscere culture e profumi diversi. Dove ci si possa davvero stupire e sorprendere. Per me affrontare il primo viaggio senza Davide non è sicuramente stata una preoccupazione per la parte organizzativa, ho sempre viaggiato da sola. Il vero confronto era con la mancanza di lui. Volevo poter gioire del viaggio con Vittoria, sebbene nella mancanza del nostro compagno di cammino. E quando ho preso con Vicky la metropolitana e i treni, tenendole la mano, mi sono detta ce l’ho fatta: lei sorrideva”.

I VIAGGI – “Eravamo diversi e complementari, la sua vita era regolare, come una linea orizzontale. La nostra passione erano i viaggi: andavamo come due adolescenti, treni e autobus.”

LA GRAVIDANZA – “Prima del viaggio in Perù scoprii di essere incinta, lì ci dissero che l’avevamo persa dopo un controllo. Quando tornammo a Roma, era ad aspettarci. ‘Se è così forte, non può che essere una bambina’, disse.”

LA MORTE DI DAVIDE – “Abbiamo vissuto giorni bellissimi insieme, non posso accettare che sia andato via così. Non è stato un incidente, una malattia… Sembrava una favola brutta, al fine di tutti i progetti che avevamo fatto insieme, dei sogni, dei progetti”.

IL DOLORE – “Se ci penso adesso, soprattutto quando me lo raccontano le persone che l’hanno vissuto accanto a me, mi rendo conto che alternavo momenti di vuoto totale — persa nel dolore quando Vittoria non c’era, — e magicamente tornavo invece me stessa con le stesse attenzioni di sempre solo quando ero con lei. Soffocavo il dolore in modo che l’armonia che c’è sempre stata tra noi tre potesse rivivere, anche se purtroppo lui non ci sarebbe più stato. Per questo ho accompagnato mia figlia a scuola, mantenendo la routine quotidiana di sempre. Nemmeno la cosa più tragica che poteva mai accadermi doveva destabilizzare lei quanto aveva annientato me. Subito dopo sono andata dalla psicologa infantile, perché sentivo che era necessario quel tipo di supporto. Dal primo momento mi è stato chiaro che Vittoria non avrebbe mai dovuto essere la spugna delle sofferenze degli altri, e tantomeno delle mie. Io so che tutti le vogliono un bene infinito, ma non so quanti possano avere la forza di non farle leggere negli occhi la sofferenza, e per me evitare questo è fondamentale. E per quanto sia stata dura — e lo è tuttora — continuo a farlo. Le mie lacrime ci saranno, e le condividerò con lei, ma dovrò fare in modo che lei comprenda che sono lacrime non di disperazione. Sono lacrime di emozione, quell’emozione che solo i ricordi più belli possono creare. Insieme sapremo colmare il vuoto che si è creato riempiendolo con tutti i ricordi e le immagini di noi e del breve ma intenso periodo che abbiamo condiviso. Questo penso sia l’unico regalo e l’unico modo con cui posso accompagnarla nel futuro: essere la sua ancora quando ne avrà bisogno, il porto sicuro dove potrà sempre tornare ed essere serena, ma lasciandola libera di vivere come tutte le sue coetanee. Quando ora l’addormento la sera, vedendola serena, sento che sto facendo le cose giuste e mi impegno perché il vuoto non sia il riflesso dei miei pensieri. Non è un dovere. È l’augurio che io faccio a me stessa: potermi ancora meravigliare della vita e farmi sorprendere dalle emozioni. Lo vorrei per me e, di riflesso, per Vittoria perché so che sarebbe anche la miglior cosa per lei”.

RIPARTIRE – “Io lo so che chi soffre si aggrappa anche ai sogni. Ne ho fatto uno che mi ha emozionato. Davide ed io a Cagliari abitavamo in una casa dalla quale vedevamo i fenicotteri rosa. Ho sognato che li mostravo ad una mia amica. Erano belli, rassicuranti, maestosi e leggeri. Ho letto che per la religione induista è l’animale che simboleggia la transizione tra la vita e la morte. Bene, sa cosa mi è successo? Quando cercavo casa a Milano ho visitato tantissimi appartamenti. Volevo trovare quello giusto per Vittoria. Poi finalmente è apparso, come un miraggio. Era quello perfetto. Ma sembrava fosse impossibile affittarlo. Per una serie di coincidenze, compreso il proprietario fiorentino, ce l’ho fatta. Il giorno che ho firmato l’accordo, la signora che si era occupata della trattativa, per festeggiare, ha detto a Vittoria: “Vieni, guarda cosa ti faccio vedere…” C’era un laghetto, con una distesa di fenicotteri rosa. Fenicotteri a Milano”.

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