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Eriksson: “Chiesi io a Cragnotti di vendere Signori”. E sul suo approdo alla Lazio…

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LAZIO ERIKSSON – La Lazio è in piena corsa scudetto e i tifosi sognano un’annata che andrebbe oltre ogni aspettativa. L’ultima volta era successo a Sven Goran Eriksson di riuscire a portare i biancocelesti in cima alla classifica di Serie A a fine campionato. Era la stagione ’99/’00 e Simone Inzaghi, allora giocatore, prendeva appunti dal suo mister per il suo futuro da allenatore. Proprio lo svedese, in una lunga intervista a The Guardian, ha ripercorso le gioie e i dolori di quegli anni. Queste le sue parole.

Il suo approdo alla Lazio

“Dopo i cinque anni alla Sampdoria il club ed io pensammo che era il momento per cambiare, così firmai per i Blackburn Rovers, ma pochi giorni dopo la Lazio si avvicinò a me. Avevano una grandissima squadra, eppure non avevano vinto trofei per oltre vent’anni nonostante io sapessi che Sergio Cragnotti era un ottimo presidente. Conoscevo le loro ambizioni così chiesi al Blackburn: ‘Per favore lasciatemi andare alla Lazio’. Dopo una serie di incontri, mi dissero: ‘Ok, lo capiamo’. Ringrazio il Blackburn per questo ogni giorno. A partire dal 1997 sono stato alla Lazio per tre anni e mezzo, un periodo bellissimo e fortunato.”

La cessione di Signori

“Il presidente fece praticamente ogni cosa gli chiesi. Fummo eccellenti, vincendo sette trofei. Cambiai anche alcuni giocatori che erano stati lì per molto tempo e che credevo non avessero la giusta mentalità. Giuseppe Signori era uno di questi. Era un giocatore fantastico: capitano, miglior marcatore e giocatore della Nazionale. Il problema è che era stato a Roma tanti anni senza successi e questo non era positivo, non pensava potessimo vincere qualche trofeo e allora volevo lasciarlo andare. Così andai dal presidente e gli dissi: ‘Dobbiamo vendere Signori’. Ricordo ancora il modo in cui reagì, pensavo gli venisse un infarto. ‘No stai scherzando, Sven. Non è possibile: è il nostro capitano, il nostro miglior giocatore, il re della città’. Gli dissi che non era adatto per la squadra se avessimo voluto vincere trofei. Per un paio di settimane, ogni giorno, continuavo a ripetergli: ‘Vendilo. Vendilo’. Alla fine lo fece e i tifosi diventarono pazzi. Mi odiavano, credevo mi volessero uccidere. Lo vendemmo e perdemmo subito in casa contro l’Udinese. Non potei entrare al campo d’allenamento per l’allenamento perché era bloccato dai tifosi, la polizia c’era ma non poteva gestire la situazione. I tifosi avevano scavalcato le mura e invaso il campo, così non ci potemmo allenare. Furono momenti duri. Qualche mese dopo vincemmo il nostro primo titolo, la Coppa Italia, e poi altri sei. Nessuno disse più nulla riguardo Signori. 

Lo scudetto

“Comprammo giocatori fantastici come Juan Sebastian Verón, Sinisa Mihajlovic, Roberto Mancini. Diventò una squadra vincente come avrebbe dovuto essere. Nel 1999-2000 iniziammo con una buona continuità, ero convinto potessimo vincere lo Scudetto. Lo avremmo già dovuto vincere l’anno precedente, invece non ci riuscimmo proprio alla fine. Eravamo tanti punti dietro la Juventus, ma dissi ai giocatori: ‘Possiamo vincerlo’. Non so quanti di loro credessero fosse possibile. Il presidente no: ‘Sven, lo abbiamo perso un’altra volta’. Io risposi: ‘No, possiamo ancora vincerlo’. Da un buon calcio, iniziammo a giocare un calcio brillante. Giocammo tantissime partite senza perdere, andava tutto nella stessa direzione, vittoria dopo vittoria. La Juventus iniziò invece a faticare un po’. Tutto si decise all’ultima giornata: la nostra partita, contro la Reggina, era finita 3-0 e ci saremmo laureati campioni se la Juventus non avesse vinto a Perugia. Era l’intervallo perché pioveva così forte che la gara era stata posticipata. Dirigeva Pierluigi Collina, il celebre arbitro. La Juventus, visto che stava perdendo 1-0, chiese di rigiocare la partita un altro giorno. Ma Collina fu forte sulla sua decisione, qualsiasi altro arbitro avrebbe detto alla Juventus: ‘Va bene, rigiochiamola un’altra volta’. Collina invece sentenziò: ‘Aspettiamo’. Noi ascoltavamo la partita dallo spogliatoio, non segnarono e diventammo campioni. Fu un modo strano di vincerlo, però un giorno davvero bello per ogni tifoso della Lazio”.

La forza di quella squadra

“Quella squadra aveva tanti giocatori che avrebbero potuto vincere da soli. Mihajlovic, difensore centrale, era uno di questi: aveva a quei tempi il miglior mancino al mondo, batteva ogni calcio da fermo. Poi c’erano Pavel Nedved, Mancini, Verón, Marcelo Salas: ognuno poteva segnare e lo facevano tutti. Non c’era soltanto un leader, ma undici. Basta vedere quello che stanno facendo oggi: Mancini è un grande allenatore; Diego Simeone, che era un mio centrocampista, è un altro eccellente tecnico; Verón, Matías Almeyda e Alessandro Nesta sono tutti in panchina. Si vedeva già in quella squadra, erano tutti vincenti e convinti che potessimo trionfare. La miglior dimostrazione di quanto fossero forti mentalmente arrivò il giovedì successivo alla vittoria dello Scudetto in occasione della finale di ritorno di Coppa Italia. Affrontavamo l’Inter e non ci eravamo allenati né il lunedì né il martedì perché tutti i giocatori e la città stavano festeggiando il trionfo. Mi ricordo che parlando con Marcello Lippi, l’allenatore nerazzurro, mi disse: ‘Ora che hai vinto tutto, fai vincere noi’. Io risposi: ‘Vincerai tu, non l’abbiamo preparata questa partita perché qui tutti stanno impazzendo’. Invece il giorno prima negli spogliatoi avevo detto ai giocatori: ‘Se siete dei professionisti, andate in campo e lottate’. Lo fecero e trionfammo, questa era una vera mentalità vincente. Volevano anche quel trofeo. Presi la Lazio quando non aveva alcun tipo di mentalità vincente e quello che successe in quegli anni fu bellissimo. Apprezzai quella vittoria ancor più dello Scudetto non per quello che fecero, ma per il modo in cui lo fecero”.

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